“Soledad”, in morte di due anarchici. Un filo rosso tra l’Argentina e la Torino dei NO Tav

Passato nella sezione Alice nella città della Festa di Roma, “Soledad”, della regista argentina Agustina Macri, ispirato alla drammatica storia vera narrata dallo scrittore Martín Caparrós nel libro, “Amore e Anarchia” (Einaudi). Un filo rosso che lega insieme la vita e la morte di due giovani amanti: lei Soledad Rosas, una ragazza argentina arrivata a Torino nel ’97, lui Edoardo Massari, anarchico e attivista del movimento NO Tav… Due Romeo e Giulietta contemporanei …

La storia dimenticata di due anarchici suicidi in carcere che l’Italia ha praticamente dimenticato viene ricordata ora da due argentini, in un film cha ha chiuso la sezione Alice nella Città, della Festa del Cinema di Roma.

La storia dell’anarchico Edoardo Massari, che con la sua compagna argentina Soledad Rosas, “Sole” per gli amici, viene arrestato il 5 marzo 1998 con l’accusa – “prefabbricata”-  di terrorismo, per il suo impegno contro la costruzione della Tav in Val di
Susa che si suiciderà 18 giorni più tardi in carcere, seguito dalla stessa ragazza l’11 luglio, è stata raccontata dal giornalista e scrittore argentino Martín Caparrós nel libro, Amore e Anarchia, pubblicato da Einaudi, e adattato per il grande schermo da Agustina Macri, figlia del presidente argentino Maurizio Macri, e dal suo cosceneggiatore Paolo Logli.

Solo nel 2002, la Corte di Cassazione ha lasciato cadere l’accusa di sovversione e terrorismo per mancanza di prove. Il film segue i passi di Soledad che arriva in Italia nel 1997, fuggendo dalla benevola opressione dei suoi genitori e da un fidanzato troppo
invadente, in compagnia di una amica più grande.

Sole ha appena 23 anni ed è una ragazza semplice, per niente interessata alla politica. Le sarà fatale andare a vivere  in una casa occupata dove inconterà un gruppo di anarchici, tra cui Edo, col quale instaurerà subito una relazione amorosa. Da qui comincerà anche la sua militanza, e le sue battaglie contro la Tav.

Arrestata in un primo momento in macchina con un compagno accusato dalla polizia di essere passato col rosso, unicamente per poter installare nella loro auto un microfono spia, Sole accetterà di sposare un altro anarchico per sfuggire a una minaccia di estradizione.

Dopo il suicidio di Edo, però, Sole scoprirà che la sua vita si è svuotata di significato, così da compiere anche lei una scelta estrema. Il suo corpo senza vita sarà ritrovato nel bagno della sua abitazione dove era agli arresti domiciliari.

Il film si regge tutto sull’interpretazione di Vera Spinetta, giovane attrice e cantante argentina di 27 anni, figlia del celebre cantautore di origine italiane, Luis Alberto Spinetta, e sorella dei musicisti Dante, Valentino e Catarina Spinetta, che al cinema aveva debuttato nel 2009 con, Las viudas de los jueves di Marcelo Piñeyro (che era stato uno dei produttori del primo
film argentino premiato con l’Oscar alla miglior produzione straniera, La historia oficial) ma questo è il suo primo ruolo da protagonista.

Doppiando se stessa, con la tipica cadenza da porteña di Buenos Aires e qualche sbaglio di pronuncia che fa più vero il suo personaggio, Spinetta rende alla perfezione la presa di coscienza di Sole e l’ostinata dedizione alla causa e al suo amato, fino al tragico finale.

L’assecondano Giulio Corso nei panni di Edo, Marco Leonardi in quelli del commissario che architteta la trappola nella quale cadranno inconsapevolmente gli anarchici, e Luis Luque, Silvia Kutika e Fabiana García Lago nelle vesti dei genitori e della
sorella di Sole.

Agustina Macrì, al suo primo lungometraggio di finzione, è una giovane documentarista che gira e produce film in tutto il mondo,
collaborando con l’équipe di Oliver Stone. Al momento è impegnata nella produzione di una serie di doc per Netflix, tra cui Fangio e Boca Juniors, oltre ad aver diretto dei video per iconici gruppi rock argentini.

“Morire per amore fa ricordare Giulietta e Romeo, ma erroneamente crediamo che queste cose non succedono più”, dichiara la regista “ma in questa storia Soledad emerge come un’icona dei nostri tempi, una Giulietta postmoderna che ci dimostra che di amore si può ben morire”.

Soledad è una coproduzione italo-argentina, girata tra Buenos Aires e Torino (e Genova dove la troupe si è trasferita per fuggire alle minacce del gruppo di anarchici amici di Edo e Sole) che in Italia non ha ancora trovato un distributore, mentre in Argentina è già uscito in sala da settembre.

Ernesto Pérez

Critico cinematografico

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Una risposta

  1. Gianni Sartori ha detto:

    20 ANNI SENZA SOLE

    (Gianni Sartori)

    «Ci vogliono morti, perché siamo i loro nemici. E non sanno che farsene di noi, perché non siamo i loro schiavi».

    “Non sanno che farsene di noi….” aveva lucidamente scritto Soledad Rosas dopo la morte del suo compagno Edoardo Massari (28 marzo 1998) e poco prima di morire – nello stesso modo – a sua volta (11 luglio 1998).
    Ma in un sistema capitalista efficiente niente si butta e nel frattempo si sono inventati qualcosa. Prima un libro (“Amor y anarquia. La vida urgente de Soledad Rosas 1974-1998” di Martin Caparros)*, adesso anche un film.
    Il libro, pubblicato nel 2003, lo avevo già letto in castigliano e non ne ero rimasto molto convinto. Se non una mera operazione commerciale, sicuramente una manipolazione della tragica vicenda dei due giovani morti suicidi (almeno ufficialmente, ma ci sono tanti modi per spingere qualcuno a togliersi la vita). Ricorrendo anche all’esibizione di vicende intime della ragazza, non pertinenti con gli avvenimenti – eminentemente sociali e politici, un preludio delle lotte contro la TAV.
    Nel 2018 il libro è uscito in lingua italiana e nel frattempo ne era stato ricavato un film.
    Regia – nientemeno – di Agustina Macri, figlia di Mauricio Macri, il presidente argentino.
    Le riprese, iniziate a Torino l’anno scorso, si erano dovute trasferire prima a Genova, poi a Montevideo per sfuggire alle contestazioni degli anarchici che non avevano gradito l’appropriazione indebita.
    Qualcuno, polemicamente, aveva anche chiesto alla figlia – milionaria – del neoliberista Macrì perché – già che c’era – non girava un film su Santiago Maldonado, il militante anarchico prima desaparecido, poi ritrovato cadavere in un fiume, presumibilmente assassinato per la sua partecipazione alle lotte del popolo mapuche**.

    Inevitabile ritornare alle polemiche su altri film che raccontavano (o almeno pretesero di raccontare: a modo loro, spettacolarizzando e mercificando) le vicende di compagni vittime della repressione statale. Penso al film su Salvador Puig Antich, sostanzialmente accettato dai familiari – le sorelle – ma criticato duramente dai suoi compagni del MIL in quanto centrato su un generico ribellismo che metteva in ombra la forte coscienza anticapitalista di Salvador.
    O a quello su Lasa e Zabala, militanti baschi sequestrati, torturati e assassinati dalle squadre della morte parastatali del GAL. Anche in questo caso ci furono pareri opposti, soprattutto tra i membri dell’associazione Senideak. Mentre per qualcuno dei familiari e degli amici ”serviva comunque a ricordarli, a parlare del terrore di stato” per altri si trattava di una mistificazione riduttiva che tradiva la militanza dei due abertzale.

    Tornando a Soledad, ricordo che la criminalizzazione dei due romantici squatter (e di un terzo, Silvano Pellissero, l’unico sopravvissuto al carcere) fu principalmente opera dei Pubblici Ministeri Maurizio Laudi (nel frattempo deceduto) e Marcello Tatangelo. Senza dimenticare che sui fatti della Val Susa aleggia l’ipotesi di provocazioni, infiltrazioni e di una “strategia della tensione a bassa intensità”, va ribadito che le accuse nei confronti di Edo e Sole risultarono inconsistenti, assurde, del tutto sproporzionate. Destinate comunque a cadere nel 2002 – a quattro anni dalla morte dei due compagni – trovando però a disposizione l’immediata grancassa dei media. Non solo quella – scontata – dei giornali di destra, ma anche di alcuni “democratici” e progressisti. Gli stessi che oggi magari pubblicano recensioni benevole sul film, ma che all’epoca si impegnarono nel distorcere e denigrare. Si parva licet, vedi su “la Repubblica” il disprezzo vomitato all’epoca sugli squatter da Michele Serra.
    Gianni Sartori
    *nota 1: Altra cosa – a mio parere – il libro scritto da Tobia Imperato (“Le scarpe dei suicidi”), un testo militante scritto e pubblicato rimanendo al di fuori dei circuiti commerciali.
    http://www.notavtorino.org/documenti-05/le_scarpe_dei_suicidi.pdf.
    Per completezza comunque riporto quanto mi hanno voluto segnalare alcuni compagni del Nord-Ovest, ossia che
    “…con le dovute differenze rispetto allo sciacallaggio della Macrì, anche il
    libro di Tobia è un’indebita appropriazione di una parte dell’allora
    movimento, gli squatter, della vicenda di Sole, Baleno, Silvano. Senza
    contare che furono proprio gli stessi squatter che pubblicarono il libro
    (con Tobia in persona) a introdurre Caparros nel “giro” torinese e ai
    poveri genitori (che oggi non ci sono più) di Baleno”.
    Aggiungendo poi che “a disturbare la Macrì e le sue riprese
    gli squatter non ci hanno messo nessun impegno a differenza di tutti
    e tutte le compas che da Torino e vallate si sono dati da fare”.

    ** nota 2: coincidenza, proprio la figlia di un’altra (ex) presidente argentina – Florencia Kirchner, figlia di Cristina Kirkner – ha realizzato la sceneggiatura di un documentario su Maldonado (“El camino de Santiago”). Ancora un discutibile tentativo di appropriarsi della morte di un compagno – trasformandolo in “martire” (vedi l’evocativa scelta del titolo) – ma già meglio. Forse.

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