“Thor: Ragnarok”, il ritorno di quel coatto dello zio del Tuono

Ancora in vetta ai botteghini,”Thor: Ragnarok” quinta avventura cinematografica del Vendicatore col martello, interpretato da Chris Hemsworth. Il regista Taika Waititi ne fa un polpettone kitch, dal registro farsesco, infarcito di amarcord anni 80. E Thor, quasi bipolare, ha l’aria del guitto periferico ma a tratti torna altezzoso. Insomma, l’andazzo è: sempre meno Marvel e sempre più coatto…

Thor: Ragnarok, ovvero, il ritorno dello zio del Tuono. Si può, in estrema sintesi, concentrare in questa battuta tutto il plot della quinta avventura cinematografica del Vendicatore col martello, interpretato da Chris Hemsworth, per la regia di Taika Waititi.

Non tanto e non solo perché è un autentico tormentone che perseguita, grazie all’inventiva del doppiaggio, lo spettatore per tre quarti del film, ma soprattutto perché da la misura del registro farsesco in cui il non più così mitico dio norreno è precipitato grazie al sodalizio Marvel Disney e alla creazione del Marvel Cinematic Universe, quella sorta di frullatore per celluloide in cui il travisamento diventa estetica. In barba alla fedeltà verso il personaggio e in questo caso, a un’ intera mitologia.

Eh già perché da quelle parti a qualcuno deve essere sfuggito un dettaglio: il mito di Asgard non nasce negli anni 60, periodo quanto mai prolifico per Stan Lee, capace di sfornare eroi-super a getto continuo, ma un bel po’ di secoli prima.

“The Man”, che anche qui non manca di deliziare con un cameo, se possibile anche più irritante del solito – sadicamente taglia i capelli a un Thor isterico, neppure fosse Sansone – lo adattò con merito. Rispettoso dell’afflato mitologico che circonda l’epica scandinava. Una ricostruzione tesa a trasferire nel fumetto tutto il senso del meraviglioso che è insito in quel Pantheon di eroi, animali mitici, divinità, streghe, ricollocato in una metafisica dimensione spazio-temporale.

Tutto ciò viene, si teme irrimediabilmente, mortificato da uno script che guarda al soldo facile. E così, Thor, grazie all’alibi sempre comodo dell’ammodernamento, parla come un guitto periferico. E si direbbe essere bipolare, perché a tratti torna altezzoso ma regale, per poi cedere nuovamente il passo al guitto. Ad Asgard non è riservato un trattamento migliore, non più luogo “altro” ma “banale” pianeta multicultural con dei e semi dei in clandestinità.

Comunque, volendo abbozzare una trama di quello che se non è il peggiore cinecomic di ogni tempo, poco ci manca, possiamo dire che Thor deve scontrarsi contro l’ennesimo fantasma del passato: Hela, primogenita di Odino e dvinità dei morti. Affetta e afflitta dal complesso del figlio incompreso e carica di risentimento causato da sindrome dell’abbandono.

Distribuiti in un confusionario ordine sparso, non mancano accenni di rivalità tra fratelli, sfrenate ambizioni, desiderio di realizzazione, senso d’insicurezza, resa e riscatto. Il tutto intessuto con un grossolano e autolesionistico taglio didascalico. E mentre si assiste, il rimpianto per la direzione sicura e scespiriana del Branagh del primo Thor cresce fotogramma dopo fotogramma.

Non bastasse, Thor: Ragnarok è nel suo complesso un concentrato kitch di volgarità, che ha il suo apice o il suo fondo nell’ “Ano del diavolo” corridoio dimensionale che riporterà Thor, Hulk, e la Valchiria nera su Asgard. Esatto, la Valchiria nera. Se sono conquistatori dei nove mondi, tra cui la Terra, come si spiega che abbiano attecchito unicamente in Scandinavia? Non a caso, Odino – sir Anthony Hopkins, esiliato da Loki – un Tom Hiddleston sempre in gran forma – su Midgard, nome mitologico della Terra, sceglie come nuova dimora proprio la Norvegia.

Neppure il super cast che arruola Jeff Golblum alias il Gran Maestro, Karl Urban e Cate Blanchett, superba, cattiva e sexy come Hela, tiene a galla questo carnevalesco polpettone dal retrogusto globalista infarcito di amarcord anni 80, come suggerisce lo stesso contrappunto musicale firmato dall’ex Devo, Mark Mothersbaugh.

A questo punto la domanda delle cento pistole è inevitabile come il fato: c’è qualcosa da salvare? A sorpresa, sì. A Partire dalla “fatica” di Thor la cui simbiosi con Mjolhnir è divenuta dipendenza. E quando l’eroe perde la sua tonante coperta di Linus, con essa smarrisce anche la sicurezza in sè stesso.

Sarà proprio Odino, a ricordargli che egli non è il “Dio dei martelli”, restituendolo al suo destino di eroe. Epico, anche lo scontro al rallenty tra la schiera delle valchirie e Hela. Una a una periscono in battaglia in suggestivi fermi immagine.

A proposito, Tessa Thompson non ha perso l’occasione di far sapere che ha immaginato la sua Valchiria, bisessuale. Di notevole impatto visivo il team up con Hulk con cui il Dio del Tuono ingaggia un duello titanico e plastico come e più di una vignetta, nell’arena del Gran Maestro.

Apprezzabile e divertente l’incontro col Doctor Strange, anticipato nel lancio contenuto in coda al film sul Signore delle Arti Mistiche. A proposito, anche qui si presenta come “Steven” e non “Stephen” Strange. Errore di doppiaggio, cambio in corsa dal fumetto al film o doppiatore dalla pronuncia eccessivamente stirata? Difficile stabilirlo mentre appare ormai certo l’andazzo verso un universo sempre meno Marvel e sempre più coatto.

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