Nel labirinto di Alain Daniélou, l’uomo che scoprì l’India. Tra Renoir e Tagore

Il 6, 8 e 9 febbraio a Roma (rispettivamente al Maxxi, Apollo11 e Cinema Farnese, ore 21), “Alain Daniélou. Il labirinto di una vita”, documentario di Riccardo Biadene dedicato al celebre orientalista che fu tra i primi occidentali a viaggiare in India. Nel 1932 si convertì all’induismo e lì visse per vent’anni, diventando punto di riferimento per “visitatori” come Jean Renoir, Cecil Beaton, Eleanor Roosvelt e Roberto Rossellini. Omosessuale e critico dell’Occidente: “Pensare di essere l’unico ad avere un’anima, per l’uomo, è un atto di stupidità”…

 

Ci sono alcune persone che diventano pionieri. A prescindere dalla loro volontà: intavolano un percorso di vita, compiono scelte coraggiose ante litteram, anticipano il tempo. Fanno prima ciò che altri faranno dopo, vedono lungo sul presente e quindi sul futuro.

È il caso di Alain Daniélou, che fu orientalista, storico delle religioni e della musica, uno dei massimi esperti occidentali dell’India: ma, al di là dei titoli guadagnati sul campo, ciò che davvero conta è la sua storia. Nato in Francia, a Neuilly-sur-Seine nel 1907, in giovane età si scopre omosessuale e profondamente affascinato dai Paesi orientali, allora visti come meta esotica e remota.

Dopo aver incontrato il fotografo Raymond Burnier, che diverrà suo compagno, ecco la decisione: Daniélou è uno dei primi uomini occidentali ad andare in India, precisamente nel 1932, quando non esiste il “viaggio spirituale”. E non solo: gradualmente si converte, diventa induista e uno dei primi adepti occidentali dello Shivaismo.

La sua parabola viene ricostruita in Alain Daniélou. Il labirinto di una vita, documentario di Riccardo Biadene che in 78 minuti ne ripercorre le tappe, già presentato al Biografilm Festival 2017 e attualmente in giro per l’Italia. Nel suo viaggio Daniel, dopo un periodo di incontri e frequentazioni in Bengala con lo scrittore, poeta e filosofo Rabindranath Tagore, arriva sulle rive del Gange.

Qui sceglie di vivere: a Varanasi, nel palazzo di Rewa, si stabilisce per quasi vent’anni studiando il sanscrito, i testi vedici, la filosofia, la musica, la danza indiana. “L’essere umano che si ritiene l’unico ad avere un’anima è incredibilmente stupido”, dice. Così egli va alla ricerca di un’armonia tra natura e spirito, diviene hindu, riceve visite di figure centrali orientali e occidentali, quali Jawaharlal Nehru, Jean Renoir, Cecil Beaton, Eleanor Roosvelt e Roberto Rossellini.

Incrocia il cinema, collaborando come consulente musicale a India di Rossellini (appunto) e Il fiume di Renoir. Torna in Europa solo nel 1963. A seguire i riconoscimenti, dalla prima collana di world music classica curata per l’Unesco alla fondazione e direzione dell’Istituto internazionale di studi per la musica tradizionale a Berlino.

Il film inscena la storia attraverso interviste che si alternano a materiali di repertorio: dalle voci di chi l’ha conosciuto alle asperità della sua vita, gli ostacoli da aggirare, a partire dall’affermazione dell’omosessualità in un’epoca complessa, difficile per un gay in Occidente.

È così che la ricostruzione a scopo divulgativo si alterna alla parentesi più rarefatta, in cui il racconto va in pausa e lascia spazio alla suggestione, come in omaggio all’idea animista del protagonista: valga per tutti il primo incontro con l’amato Raymond, ricordato dalla voce fuori campo nelle parole dello stesso Daniel, che evoca la meraviglia alla vista del fotografo proprio mentre scorrono le sue fotografie.

Riccardo Biadene mette in scena l’universo Daniélou con pudico rispetto, consegnando il mito del personaggio e insieme il suo portato concreto: è un labirinto geografico, con la migrazione da Parigi all’India e ritorno, ma anche intimo, visto che il sentire interiore dell’uomo non è meno ingarbugliato, respinge la logica occidentale e si “scioglie” aprendosi all’esperienza indiana.

Un gesto innovativo, anticipatore, l’atto di guardare a Oriente compiuto da un inadeguato alla società occidentale. Il regista gli lascia spesso la parola, come nella parte finale, in cui Alain Daniélou ormai ottantenne tiene il suo discorso con il consueto rigore e la profondità delle convinzioni: “In un mondo in perenne cambiamento, dove niente è per sempre, il divino è presente in ogni cosa, negli uccelli, nei fiori e nei paesaggi, nelle foreste e negli uomini – afferma -. Godi appieno di ciò che ti appartiene e non invidiare ciò che appartiene ad altri”.

Il film viene proiettato il 6, 8 e 9 febbraio a Roma (rispettivamente al Maxxi, Apollo11 e Cinema Farnese, ore 21), a seguire Parigi, Padova e Firenze. Il calendario sul sito ufficiale.


Emanuele Di Nicola

giornalista e critico cinematografico


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