A László Krasznahorkai il “Maestro dell’Apocalisse” il Nobel per la letteratura 2025. Portato al cinema da Béla Tarr

 

È l’ungherese László Krasznahorkai il vincitore del Premio Nobel per la Letteratura 2025, premiato dall’Accademia di Svezia “per la sua opera avvincente e visionaria che, nel mezzo del terrore apocalittico, riafferma il potere dell’arte”. Definito da Susan Sontag “il Maestro dell’Apocalisse”, Krasznahorkai è uno degli scrittori più radicali e influenti della letteratura mitteleuropea contemporanea, capace di trasformare il deserto morale del suo Paese in un paesaggio universale.

Nato nel 1954 a Gyula, nel sud-est dell’Ungheria, al confine con la Romania, Krasznahorkai ha esordito nel 1985 con il romanzo Satantango, una visione oscura e ossessiva della vita in un villaggio immerso nel fango e nella disperazione, dove l’attesa di un salvatore si trasforma in una parabola di inganno e rovina.

Proprio da Satantango è nato nel 1994 l’omonimo film diretto da Béla Tarr, con cui Krasznahorkai ha stretto un sodalizio artistico durato oltre due decenni. Il film – un monumentale capolavoro di sette ore girato in un bianco e nero ipnotico – consacrò entrambi come figure di culto del cinema e della letteratura europea. La collaborazione tra scrittore e regista si trasformò in un dialogo creativo profondo, un’osmosi tra parola e immagine fondata sulla stessa visione del mondo: un universo in lento disfacimento, popolato da esseri che attendono una salvezza impossibile.

Il legame tra i due è proseguito con Werckmeister Harmonies (2000), tratto dal romanzo Melancolia della resistenza. Ambientato in una cittadina di provincia sconvolta dall’arrivo di un misterioso circo e di una balena imbalsamata, il film mette in scena l’irruzione del caos nella vita quotidiana. In un bianco e nero di struggente bellezza – caratteristica stilistica del regista ungherese-, Béla Tarr e Krasznahorkai costruiscono una metafora potente sul collasso dell’ordine sociale e morale dell’Europa post-totalitaria.

Nel 2007 la collaborazione si rinnova con The Man from London, ispirato a un romanzo di Georges Simenon. Anche se non tratto da un testo dello scrittore ungherese, il film porta in pieno la sua impronta. Krasznahorkai firma infatti la sceneggiatura, trasformando la vicenda di un uomo comune che trova una valigia piena di denaro in una riflessione sulla colpa e sull’alienazione. Ambientato in un porto sospeso tra nebbia e oscurità, con la fotografia di Fred Kelemen, il film fonde noir e metafisica, esplorando il confine tra bene e male, e confermando l’abilità dello scrittore nel dare al cinema la densità morale della sua prosa. Presentato al Festival di Cannes, il film fu accolto come una prova rigorosa e ipnotica, fedele al tono esistenziale di entrambi gli autori.

Il culmine – nonché il termine – del loro sodalizio arriva con The Turin Horse (2011), sceneggiato insieme e ispirato a un episodio della vita di Friedrich Nietzsche: l’abbraccio del filosofo a un cavallo maltrattato a Torino, preludio alla sua follia. Da questo spunto nasce un film essenziale e apocalittico, che racconta gli ultimi giorni di un contadino e di sua figlia in una landa desolata, mentre il mondo sembra spegnersi lentamente.
Girato in un bianco e nero livido, ancora una volta e scandito dal ritmo ossessivo del vento, The Turin Horse è una meditazione sulla fine del tempo, sulla fatica, sul silenzio e sull’estinzione della speranza. È anche, come ha dichiarato lo stesso Béla Tarr, il film d’addio del regista e la conclusione simbolica della loro collaborazione: “Non c’è più nulla da dire, solo il buio che avanza”.

Questa straordinaria unione di letteratura e cinema, segnata da una visione comune dell’apocalisse morale e della dissoluzione del mondo moderno, ha contribuito in modo decisivo alla diffusione internazionale dell’opera di Krasznahorkai. È stato, infatti proprio grazie a Satantango e ai film di Tarr che i suoi libri hanno cominciato ad essere conosciuti anche in Italia, dove Bompiani ne ha iniziato la pubblicazione negli anni Novanta.

Nei romanzi successivi – da Guerra e guerra a Il ritorno del barone Wenckheim e Seiobo è discesa quaggiù – Krasznahorkai ha continuato a raccontare un mondo sospeso tra attesa e disfacimento, dove la bellezza dell’arte resta l’unico baluardo contro il caos. Il suo stile, fatto di lunghissimi periodi senza pause e di una prosa magmatica e visionaria, ha reso la sua scrittura unica.

Dopo aver lasciato l’Ungheria alla fine degli anni Ottanta, in una forma di esilio volontario, Krasznahorkai ha vissuto tra Berlino, Kyoto e New York, mantenendo una posizione di intellettuale indipendente e critico verso ogni forma di potere. Prima contro il regime sovietico che dominava il suo Paese, poi contro il nazionalismo autoritario di Viktor Orbán, da lui più volte accusato di manipolare la cultura e la memoria ungherese. “Di fronte a qualsiasi forza distruttiva – ha dichiarato – l’unico modo per combatterla è la debolezza della gentilezza”.

Dopo l’International Man Booker Prize del 2015 e il National Book Award for Translated Literature del 2019, il Nobel per la Letteratura 2025 consacra definitivamente lo scrittore che più di ogni altro ha saputo raccontare l’apocalisse morale del nostro tempo.
Il suo nuovo romanzo, Panino non c’è più, è atteso in Italia nel 2026, ancora una volta con Bompiani.


Gino Santini

redattore


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