La destra che vende Pasolini a pezzi dal macellaio. Un convegno per rimetterli insieme
Appropriazione indebita di Pier Paolo Pasolini “conservatore” da parte della destra meloniania. La risposta di docenti universitari e storici riuniti a Roma in un convegno per ribadirne l’identità “comunista e antifascista”. E per rimettere insieme la complessità del suo lascito culturale. “Non per consolarci con un simbolo ma per ritrovare la bussola per ricostruire un’ opposizione al neocapitalismo che ha divorziato con la democrazia”. L’organizzazione di Rifondazione con Asur. Irresistibile Francesca Fornario con la sua satira scatenata …

“Senta, ce l’ha un pezzo di Pasolini conservatore, quello contro l’aborto, quello fascista da ragazzo. E magari pure quello che gli piace il presepe perché lo conosco: tra l’albero e il presepe… ci sta che preferiva il presepe, sai: la tradizione. Quello partigiano, invece, antifascista no per carità, se no La Russa me se strozza. Di Pasolini cattolico, ecco, mi dia tutta la coscia e pure due etti di Pasolini che gli piace la campagna, così per Lollobrigida. E non è che avrebbe pure un pezzo di Pasolini sionista e pure per la separazione delle carriere?”
Francesca Fornario, come sempre fulminante con la sua satira, riavvolge così, graffiando e facendo sorridere, quel lungo filo rosso che, attraverso un parterre de rois di storici e studiosi, ha restituito il “Pasolini comunista e antifascista” nel corso del convegno organizzato da Rifondazione comunista e Asur (Associazione, Scuola, Università e Ricerca), sabato 6 dicembre a Roma.
L’occasione non solo il cinquantesimo anniversario dell’omicidio del poeta corsaro, ma anche “l’appropriazione indebita” fatta dai fratelli d’Italia in cerca di pedigree intellettuale, col loro convegno al Senato, “Pasolini conservatore”. Tra gli opiti d’onore Ignazio La Russa ad aprire e chiudere i lavori. A che titolo? Per esserselo chiesto lo scrittore Fulvio Abbate ha ricevuto il commento stizzito del Presidente del Senato. Ma questa è un’altra storia.
O forse è la stessa, trasformata in chiacchiericcio da social. Genere così in voga nei nostri tempi che tutto macina, ingoia e trasforma. Proprio come quel Pasolini raccontato dalla Fornario (qui l’intero intervento) fatto in pezzi dalla destra e poi venduto dal macellaio. Che a guardar bene, però, si è solo trovata la porta del negozio aperta.
“L ‘egemonia del capitalismo, con la complicità della stampa moderata per cui la pace si fa con la guerra, hanno trasformato Pasolini in una maschera postmoderna”, sottolinea Paolo Desogus, docente alla Sorbona di Parigi. “Trasformato in poeta senza forma e senza politica, Pasolini viene normalizzato, sganciato da Gramsci e da Marx. Snaturato in esponente di un libertarismo che non dà fastidio al potere e di un vitalismo amorfo. Lo abbiamo sguarnito dai suoi anticorpi e questo ha aperto la sdrada alla destra” e alla sua appropriazione.
Concorde anche Marco Gatto, docente dell’Università della Calabria che parla di un “Pasolini trasformato in icona pop dal consumismo culturale” dominante. Tanto da interrogrsi su come difenderlo dai “suoi ammiratori e dall’industria culturale”. Complice anche l’Accademia “che ha accettato il suo spacchettamento – conclude – rimandandone l’immagine di un primo Pasolini politico e un secondo polemista”, pronto, insomma, ad essere venduto a pezzi dal macellaio. Che non è poi diverso dal tritacarne dei social.
E pensare, sottolinea ancora Paolo Desogus che “Pasolini è stato l’autore più gramsciano che abbia avuto la letteratura italiana, capace di unire passione e ideologia, d’intendere la scrittura come gesto razionale”. Le ceneri di Gramsci, quel poemetto che scrive nel 1957 riscuotendo un successo straordinario, esaurito in dieci giorni, ricorda lo storico Angelo D’Orsi, non è solo un omaggio ad un maestro di pensiero, ma “una nuova pagina per la poesia italiana” come scrisse allora Italo Calvino.
Sull’appropriazione del poeta di Casarsa da parte della destra, torna poi Andrea Cortellessa, docente dell’Università di RomaTre: “Quel convegno tenuto al Senato è stata una delle offese più grandi della storia della Repubblica. L’appropriazione in sè non è condannabile se fatta con serietà e coerenza. Vedi, per esempio, Nietzsche che ci ha offerto strumenti per leggere il presente e il futuro, nonostante fosse un reazionario e un conservatore. Questo per Pasolini non è stato fatto”.
E i pezzi venduti dal macellaio mediatico sono i soliti. La difesa dei celerini a Valle Giulia nel ’68, ignorando il seguito del discorso, lo ricorda il regista Giovanni Greco, in cui Pasolini “dice agli studenti di essere un borghese come loro e che devono rompere gli argini, perché un conto è la rivolta, un conto è la rivoluzione”. E poi il fascismo. È ancora Cortellessa a precisare come lo scrittore evochi “quel paese meraviglioso che era l’Italia sotto il fascismo” – un’epoca ancora non snaturata dal genocidio antropologico del capitalismo -, “ma non il fascismo stesso che definiva invece un partito di criminali”. La tradizione evocata da Pasolini, le forze del passato, l’Italia contadina non sono certo il conservatorismo a cui alludono i meloniani – è ancora Desogus a parlare – ma le “forze sociali, gli umili fratelli che si riunirono nella Resistenza proprio contro il fascismo”.
Quello di allora, come quello nuovo degli anni Sessanta, espressione della società dei consumi. Salò (nelle foto), il suo film “maledetto” e incompiuto ne è più o meno una sintesi feroce. Oggi le piattaforme hanno dato il colpo finale alla democrazia, sottolinea Pietro Folena, direttore editoriale di Malacoda: “Elon Musk è un paranazista espressione del capitalismo digitale”.
Per questo riscoprire l’eredità di Pasolini tanto più oggi è importante. “Non per consolarci con un simbolo – conclude Paolo Desogus – ma per ritrovare la bussola e ricostruire un’ opposizione al neocapitalismo, per progettare la nuova società, non più succube di un capitalismo rapace che ha divorziato dalla democrazia”.
Gabriella Gallozzi
Giornalista e critica cinematografica. Fondatrice e direttrice di Bookciak Magazine e dei premi Bookciak, Azione! e Bookciak Legge. Prima per 26 anni a l'Unità.
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