Dieci anni dopo ancora non c’è giustizia. “Giulio Regeni, tutto il male del mondo” il doc arriva al Senato
Giornata dedicata a Giulio Regeni il 31 marzo al Senato. In mattinata (ore 9.45) proiezione del film “Giulio Regeni – Tutto il male del mondo” di Simone Manetti che ricostruisce la ragnatela di menzogne e depistaggi, anche italiani, seguiti all’assassinio del ricercatore rapito, torturato e ucciso dal governo egiziano dieci anni fa. A seguire (ore 13) la senatrice a vita Elena Cattaneo presenta l’iniziativa “Le Università per Giulio Regeni”, a dieci anni dalla scomparsa, dedicata alla libertà di ricerca. Partecipano l’avvocata Alessandra Ballerini e i genitori di Giulio …

Cosa gli hanno fatto si sa. Sua madre ha detto: “sul suo viso ho visto tutto il male del mondo”. Un funzionario egiziano lo dirà chiacchierando al ristorante con amici: “Lo abbiamo fatto a pezzi” perché sospetto di avere rapporti con la Cia. È successo dieci anni fa, si tratta di Giulio Regeni.
Chi non li ha visti gli striscioni gialli che chiedevano verità e giustizia per Giulio Regeni? Chi non ha portato sciarpe e braccialetti gialli per ricordarlo e richiamare al dovere i nostri governanti? Senza, Giulio sarebbe stato ingoiato nel buco nero di una delle tante dittature del mondo, come di fatto moltissimi egiziani caduti nelle mani dei servizi del loro paese e scomparsi. Una mobilitazione che ha sostenuto la lotta dignitosa e severa dei genitori del giovane ricercatore italiano, affiancati dall’avvocata Alessandra Ballerini.
Di Giulio, a dieci anni dalla sua scomparsa, si sa tutto. Ma non c’è ancora una verità ufficiale. Da parte egiziana è stato costante il tentativo di depistare, negare e diffamare Giulio e i suoi genitori, fino al punto di insultarli apertamente durante una trasmissione tv, uno show di una donna sguaiata senza cuore e vergogna.
Da parte italiana all’impegno inizialmente profuso, alle indagini dei nostri investigatori, al richiamo dell’ambasciatore è poi seguito un lungo silenzio, poi come nulla fosse avvenuto è stato inviato un nuovo ambasciatore e i rapporti economici con l’Egitto sono proseguiti speditamente, chi vive si dà pace e pazienza per i genitori. Del resto a Montecitorio il cuore batte più forte per l’Eni, una delle aziende italiane più impegnate in quel paese. Per molti, però, resta lo scandalo.
Benvenuto dunque questo documentario Giulio Regeni, tutto il male del mondo che ordina le fila della vicenda, iniziata dal suo ultimo viaggio, per la regia di Simone Manetti, scritto con Emanuele Cava e Matteo Billi, prodotto da Ganesh e da Fandango e in sala dal 2 al 4 febbraio, dopo l’anteprima il 25 a Fiumicello Villa Vicentina per l’anniversario della scomparsa di Giulio. Alcune proiezioni speciali saranno il 26 gennaio All’ Anteo di Milano, il 28 al Nuovo Sacher di Roma, il 29 al Modernissimo di Bologna.
Il film mette in fila i fatti di una storia che ha avuto risonanza internazionale e ha coinvolto l’opinione pubblica nazionale e mondiale. Un percorso, passo per passo, della vicenda.
Ricostruisce – grazie al contributo della famiglia Regeni, Paola Deffendi e Claudio Regeni, e dell’avvocata Ballerini che li ha affiancati nel loro lungo percorso – le tappe del sequestro, delle torture e dell’uccisione del ricercatore italiano, il cui corpo viene ritrovato senza vita nei pressi del Cairo il 3 febbraio 2016.
Dal primo appuntamento mancato all’allarme in ambasciata, alle ricerche affannose e vane. Poi il ritrovamento del corpo e la ragnatela di menzogne e false verità, veri e propri depistaggi, che hanno accompagnato le relazioni anche ufficiali tra investigatori italiani e funzionari egiziani.
La narrazione prosegue attraverso il processo e le deposizioni dei testimoni a giudizio, dando voce ai protagonisti della vicenda e facendo emergere responsabilità, omissioni e verità negate. Sul banco dell’accusa quattro agenti della National Security egiziana. In contumacia, il governo egiziano protegge i suoi. La sentenza di primo grado, nonostante la mossa degli avvocati difensori che si sono appellati alla Corte costituzionale per ottenere la copertura dei costi degli eventuali consulenti tecnici della difesa, dovrebbe essere emessa entro il 2026.
È buio nei filmati del Cairo, quasi sempre. Illuminato è solo il cavalcavia dove il corpo, vestito solo di un maglione stracciato, è stato ritrovato il 3 febbraio 2016. La musica è cupa, notturna anch’essa, giusta per un viaggio nelle viscere di un paese tormentato da un regime terribile. Di Giulio Regeni si sa la fine, e si è ottenuto il corpo, degli egiziani che scompaiono nelle fauci della tirannia si sa molto meno, e le famiglie spesso non hanno nemmeno la possibilità di un luogo dove piangere i propri figli.
Non è solo la storia di un giovane studioso scomparso, sospettato di essere una spia e tormentato fin all’estremo, tanto che i suoi aguzzini gli chiedevano: ”Dove hai imparato a sopportare così a lungo il dolore?”. Che non avesse nulla da confessare era impensabile per i manovali ottusi della macchina di controllo e sicurezza egiziana.
È il ritratto di una repressione spietata, è la creazione di una rete di delatori e fiancheggiatori che hanno taciuto per timore o per opportunità, come facevano le spie italiane sotto l’occupazione tedesca. Certo come Mohamed Said Abdellah, rappresentante di uno dei sindacati dei venditori ambulanti, che si presenta all’appuntamento con Giulio con un registratore nascosto per poi consegnarlo ai servizi. Ma anche i coinquilini del giovane non lo avvisarono dell’intervento e della perquisizione in casa sua, alla ricerca di prove e documenti. Lo avessero avvertito, forse gli avrebbero salvato la vita.
Ma intanto, è difficile dimenticarlo, a parlare è il corpo di Giulio. La tortura con scariche elettriche non lascia segni evidenti, ma i pugni, i calci, le bruciature di sigarette sì. Su di lui hanno usato un pettine chiodato su viso e cuoio capelluto, e la falanga, cioè la bastonatura sul palmo dei piedi fino a fratturare tutte le ossa. Dita rotte, denti spezzati, segni di colpi sulla schiena, ematomi ovunque: nove giorni di torture incessanti.
Confidiamo – dichiara la famiglia Regeni, e noi con lei – che la diffusione di questo documentario possa fare conoscere la nostra lunga battaglia per ottenere verità e giustizia e possa fare comprendere tutto il male che abbiamo dovuto affrontare e gli ideali che ci hanno animati. Ci auguriamo che la consapevolezza di “tutto il male del mondo” che si è abbattuto su Giulio e su di noi, possa renderne più difficile la sua reiterazione, che pure sappiamo compiersi, spesso nell’impunità, ai danni dei molti Giuli e Giulie del mondo”. Intanto, nelle ultime immagini del film, Giulio sorride e balla, felice. Come oggi avrebbe dovuto essere.
Ella Baffoni
Giornalista dal 1964. Fin dal 1973 ha lavorato al Manifesto. Nel 2002 è andata all'Unità, al desk del politico. Negli ultimi anni è stata agli esteri e ha collaborato all'online. Insegna italiano a stranieri. Collabora a Strisciarossa. Appassionata lettrice e viaggiatrice, ha due figlie. È comunista.
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