C’è del marcio in Egitto. Quell’omicidio al Cairo che ci riporta a Giulio Regeni

In sala dal 22 febbraio (per Movies Inspired), “Omicidio al Cairo” il thriller politico – basato su ua storia vera – di Tarik Saleh. Una denuncia impietosa del sistema di corruzione, omertà e intrighi che avvelena la società egiziana, ramificandosi negli apparati di polizia e nelle pieghe di un sistema violento e caotico. E il primo pensiero per chi lo vedrà in Italia non può che andare all’omicidio di Giulio Regeni. Da vedere …

Non può che andare all’omicidio di Giulio Regeni il primo pensiero di chi vedrà in Italia (dove esce il 22 febbraio con Movies Inspired) il film Omicidio al Cairo (The Nile Hilton Incident) di Tarik Saleh, vincitore del World Cinema Grand Jury Prize al Sundance e nominato come migliore film straniero ai César francesi.

Il film è una denuncia impietosa del sistema di corruzione, omertà e intrighi che avvelena la società egiziana, ramificandosi negli apparati di polizia e nelle pieghe di un sistema violento e caotico.

L’azione è ambientata nel 2011 al Cairo, nel periodo antecedente alle rivolte di cui diventerà il simbolo piazza Tahrir, che porteranno alla caduta del regime di Mubarak e alla presa del potere da parte del Consiglio supremo delle Forze armate egiziane.

Il protagonista Noredin, interpretato da un bravo e dolente Fares Fares, già visto in Safe House. Nessuno è al sicuro, in Child 44 e nel film vincitore di un Oscar nel 2012 Zero Dark Thirty, è un ufficiale di polizia, tabagista all’eccesso e dai dolorosi trascorsi.

Quando viene incaricato di indagare sull’omicidio di una nota cantante egiziana all’hotel Nile Hilton, isola di lusso esibito e volgare utilizzato per incontri galanti dai pezzi grossi del regime e da imprenditori privi di scrupoli, Noredin non tarda a scoprire il coinvolgimento dei vertici del potere egiziano e decide di sfidare la rete di omertà che coinvolge anche i suoi capi.

Inutile dire che Noredin – sembra quasi un destino inesorabile – finirà stritolato dagli ingranaggi del potere, travolto anche dal torrente impetuoso della protesta che proprio in quei giorni sta mettendo sottosopra l’Egitto senza trovare una direzione precisa.

Il modello a cui sembra ispirarsi il regista è quello degli investigatori privati cinici, viziosi e disincantati, alla Philip Marlowe per intendersi. E anche l’ambientazione ricorda a tratti le atmosfere del cinema americano hard boiled degli anni 50 e 60, specie quando l’azione si svolge in certi slum del Cairo che ricordano maledettamente i quartieri più disastrati di New York e Chicago.

Non manca neppure una dark lady a dare il tocco femminile a una vicenda – peraltro ispirata a una storia vera – che mette in luce tutto il marcio della società egiziana. Fino alla fine Omicidio al Cairo resta un film cupo e senza speranza, privo persino di una colonna sonora – salvo la scena finale – che potrebbe alleggerire l’atmosfera e offrire qualche spiraglio di luce. Un film da vedere, se non altro per intuire in quale oscuro ginepraio Giulio Regeni si sia trovato invischiato prima di finire anche lui stritolato dagli ingranaggi del potere egiziano.


Carlo Gnetti

giornalista e scrittore


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