Quello che non si concede a una madre. “Love me tender” dalla Francia con dolore
In sala dal 23 aprile (per Wanted Cinema) “Love me tender” di Anna Cazenave Cambet, dall’omonimo romanzo autobiografico di Constance Debré. Una madre lesbica separata, costretta a rinunciare all’affido condiviso per un ex marito vendicativo ed una istituzione per la protezione dell’infanzia misogina, violenta e kafkiana. Splendidi tutti gli interpreti, cominciando dalla travolgente protagonista, Vicky Kriep. Presentato a Cannes 2025. Da non perdere …

La libertà, sì, ma a caro prezzo. Lo pagherà Clémence, madre e scrittrice, nel film Love me tender di Anna Cazenave Cambet, tratto dall’omonimo romanzo autobiografico di Constance Debré (tradotto da Solferino nel 2021, 160 pp.) e dal 23 aprile sui nostri schermi distribuito da Wanted Cinema (qui le sale).
Love me tender sembra un titolo molto dolce per una storia drammatica che affronta uno dei tabù più profondi della nostra società, quello della “madre imperfetta” che non rinuncia a se stessa per amore del figlio. Ne scaturisce la vicenda più dolorosa che possa vivere una madre: l’impossibilità di amare e di vedere il figlio.
In maniera ingannevole e manipolatrice, il padre Laurent (magistralmente interpretato da Antoine Reinartz) manovra per togliere alla sua ex moglie, Constance/Clémence nel film, l’affido condiviso del piccolo Paul (Viggo Ferreira-Redier), di otto anni perché …è diventata lesbica, “passata alle donne” come lei stessa ammette, ha lasciato la professione di avvocato per dedicarsi alla scrittura che per lei è libertà assoluta, senza scadenze e senza regole; ma a volte non può nemmeno permettersi di mangiare o di pagare l’affitto. Esattamente come lo scrittore di La mattina scrivo di Valérie Donzelli, altro straordinario film francese sulle nuove povertà.

Clémence non vuole però impegnarsi con nessuna, ama corteggiare, fugge quando l’altra desidera qualcosa di più che vada oltre gli incontri sessuali a caso. Usa le donne come oggetti, esattamente come farebbe un uomo: “Prendo quello che hanno da darmi, guardo cosa succede quando le tocco”. Appare tagliente con quante cercano di occupare uno spazio nella sua vita, nonostante i brevi attimi di tenerezza che regala loro.
Nella scena iniziale la protagonista Clémence – una travolgente Vicky Krieps, nota come la co-protagonista de Il filo nascosto di Paul Thomas Anderson, 2018 – appare leggera e appagata, assaporando la sua libertà: nuota in piscina, galleggia, sorride, flirta con una donna negli spogliatoi prima di uscire sotto il sole parigino per telefonare al figlio e mostrargli il cielo azzurro con delle giravolte su se stessa.
Poco dopo rivela a Laurent che frequenta le donne; lui sembra reagire in maniera positiva, ma il bicchiere che beve di un sol colpo dissimula male la sua collera: non le perdona il cambiamento di orientamento sessuale, ma ancora meno la rottura con il mondo borghese a cui ha rinunciato per vivere liberamente.
La intrappola quindi in una esasperante odissea giudiziaria accusandola di detenere fotografie e libri licenziosi, finendo per impedirle di vedere il figlio se non in momenti prestabiliti e sotto stretta supervisione degli assistenti sociali.
La questione va da sé, senza dubbio alcuno, per l’avvocato di Laurent che lancia occhiatacce a una Clémence dall’espressione avvilita. Anna Cazenave Cambet, nel suo secondo lungometraggio dopo De l’or pour les chiens, presentato alla Semaine de la Critique a Cannes nel 2021, riprende più volte la donna con gli occhi umidi, la voce tremante, dando così la sensazione che l’eroina si lasci abbattere, anche se di mestiere fa l’avvocato, o perlomeno lo ha fatto.
Ma in realtà è una madre combattente, al tempo stesso dura e fragile che tenta di far fronte alla situazione, una “guerriera selvaggia dai piedi d’argilla”. Clémence rifiuta di scendere a compromessi e assume una posizione radicale: non rinuncerà alla scrittura, alla sua vita e ai suoi desideri per ottenere la custodia di suo figlio.
La cineasta coglie con delicatezza tutte le sfumature della relazione complessa che unisce la protagonista al bambino da cui si trova separata anche per mesi: amore, tenerezza, silenzi, imbarazzo, e l’inevitabile difficoltà di Paul di adattarsi a una situazione che vede antagonisti i genitori.
Quanto al volubile Laurent, blatera sputando fiele, in maniera troppo cattiva per essere vera, almeno nel film, che documenta minuziosamente la lunga battaglia giudiziaria, denunciando i tempi inumani delle procedure, l’assurdità delle norme per la protezione dell’infanzia, l’inefficacia degli obblighi legali imposti ai genitori: tutti pregiudizi intrisi di misoginia.
Ciò che rende Love me tender incisivo è quanto mette a nudo: una omofobia istituzionale sempre attuale, gli ostacoli kafkiani ai quali si urta una donna queer, e la realtà dei bambini sballottati dopo un divorzio, spesso coinvolti in vergognose strumentalizzazioni. Come se il mondo intero si fosse coalizzato per rifiutare a Clémence l’esercizio libero della sua sessualità e del suo statuto di madre al tempo stesso.
Pur adattando in maniera quasi soft il testo originario, Anne Cazenave Cambet ci propone comunque un film forte, che fa luce sulle violenze silenziose senza mai forzare la mano. La sua narrazione appare più romantica e sentimentale, con la storia che si svolge in una bella luce estiva e lascia a margine l’asprezza dell’autrice, che pedala, sempre in jeans e canotta, fra il quartiere a est di Parigi dove ormai vive e l’elegante Place Dauphine in cui si reca per incontrare il suo bambino che vi abita con il padre.
Il film lascia aperta una questione: davvero Clémence rinuncia a suo figlio? Oppure cede per sfinimento? Dopo tanta sofferenza avverte forse l’esigenza di voltare pagina, per continuare a respirare. Sul finale la protagonista in bicicletta ci spiega, in voce off, che il rapporto con Paul si è disteso, “non abbiamo più niente da dirci”. Avvertiamo allora tutta la violenza che le è stata inflitta.
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