Scrittore & tuttofare. Valérie Donzelli illumina le nuove povertà (anche) del mondo culturale
In sala dal 5 marzo (per Teodora) “La mattina scrivo” di Valérie Donzelli. Potente affresco sulle nuove povertà in Francia, leggi Europa, attraverso il vissuto di Frank Courtès, dal cui omonimo romanzo è tratto il film. La scelta ostinata di un fotografo di farsi scrittore affrontando l’indigenza. Un racconto radicale – come il libro tradotto in Italia da Playground – che punta il dito sulle contraddizioni e le ipocrisie dell’industria culturale. Con focus sulla precarietà e le nuove schiavitù dell’algoritmo. Premiato a Venezia 82 per la miglior sceneggiatura …

“Non sai niente degli 11 milioni di poveri in Francia ma parli di povertà perché la vedi quando vai in vacanza”. È anche questo, alla fine, il cuore di La mattina scrivo (titolo originale A pied d’oeuvre), ultimo folgorante film di Valérie Donzelli passato in concorso a Venezia 82 che puntando il dito, con coerenza, contro le contraddizioni e le ipocrisie dell’industria culturale, rende un affresco netto e puntuale della precarietà contemporanea. In cui potranno ben riconoscersi in tanti anche qui da noi dove l’intero comparto culturale ha subito colpi letali. E non solo a causa dell’algoritmo.
Autrice francese dai molti toni narrativi, dalla particolare sensibilità nell’analisi delle relazioni personali (La guerra è dichiarata con quella coppia piena di vita immersa nel dolore di un figlio terminale, resta uno dei titoli determinanti dei primi anni Duemila), ma anche narratrice di epoche (Marguerite et Julien) e contesti sociali, qui Donzelli porta sullo schermo un romanzo che di un’epoca, la nostra, è di fatto un manifesto.
Si tratta di A pied d’oevre – tradotto in italiano da Playground con La mattina scrivo – dello scrittore francese Frank Courtès, un tempo fotografo affermato che sceglie di appendere al chiodo la macchina fotografica per seguire la passione della scrittura, scivolando progressivamente nella povertà. In queste pagine, pubblicate la prima volta nel 2023 da Gallimard, tra le più prestigiose case editrici d’oltralpe, Courtès racconta vita vissuta. 
Il suo intero percorso, attraverso lavoretti da “tuttofare” e la scrittura ostinata, niente riscaldamento e cibo ridotto alla sopravvivenza. “Tra il mio lavoro di scrittore e quello di manovale, socialmente non sono più nulla di preciso – scrive- . Sono alla miseria e già al buio alle cinque del pomeriggio, ma non è ancora notte”.
Affiancata alla scrittura da Gilles Marchand, firma di tanto cinema di Laurent Cantet, Donzelli scatta un’istantanea del nostro presente, capace di inserirsi a pieno titolo nel solco tracciato, appunto, dal compianto regista di A tempo pieno.
Prendendo di petto, anche e soprattutto, quell’universo culturale sempre più pieno di contraddizioni ed ipocrisie, da non permettere più la sussistenza non solo di scrittori, ma anche registi, sceneggiatori, attori. Come sempre di più assistiamo nel nostro paese dove l’anatema di tremontania memoria, “la cultura non si mangia”, o meglio un certo tipo di cultura che non incontra il gusto addomesticato delle masse, è diventato legge assoluta.
Bastien Bouillon, straordinario, offre il suo volto discreto al protagonista, Paul nel film. Lo incontriamo al momento della separazione dalla moglie in procinto di portar con lei in Canada i loro due figli. È l’inizio della dissoluzione del suo universo da artista riconosciuto, borghese e benestante: le sue foto vendevano, i suoi primi libri non abbastanza per vivere. Essere pubblicati non significa essere letti, essere letti non significa avere successo. E poco conta il giudizio della critica, quello che conta sono i numeri, le vendite, il mercato.
Come un mantra glielo ripete la sua editor (sempre di casa Gallimard) rifiutando i suoi ultimi manoscritti. Dopo quattro titoli ora aspetta quello della vita, quello che sfondi e faccia i numeri. Sarà A pied d’oeuvre, appunto, appena ripubblicato nella versione tascabile. “Il romanzo è buono, lo pubblichiamo – gli annuncia l’editor -. La tua storia di precarietà è forte ma c’è una cosa che devo dirti francamente: ti avevevamo già dato un anticipo per il libro precedente, non aspettarti altro per questo”.
Come La storia di Souleymane, altro folgorante film francese (tenete a mente il nome del suo regista: Boris Lojkine) sulle nuove schiavitù dell’era digitale, i rider senza documenti, qui Valerie Donzelli con fenomenologica semplicità punta l’obiettivo su un’altra schiavitù, l’algoritmo. Quella delle app di lavoro on-demand, nuova frontiera del caporalato tecnologico. Sul cellulare di Paul è un continuo trillo di richieste: una cantina da svuotare, un giardino da ripulire, un soppalco da smontare, uno specchio da attaccare. Ogni volta è un’asta al ribasso. Chi chiede di meno si aggiudica il “lavoretto”, 20, 15 euro per mezza giornata di lavoro, sempre più in basso, fino a superare la soglia della dignità.
Paul fa il suo apprendistato da manovale, passando di casa in casa, da una cantina di periferia a una terrazza di prestigio con vista sul centro di Parigi. L’indifferenza è sempre la stessa. A cambiare è invece il suo grado di povertà, costantemente in crescita. Tagli all’elettricità, al cibo in tavola, all’abitazione.
Ora dal suo buio seminterrato, da quel “piano terra di un marciapiede”, per dirla con Erri De Luca, non a caso a lungo operaio, Paul scopre tutto un altro mondo. Fa parte a tutti gli effetti di quegli 11 milioni di poveri invisibili di Francia. Ed è un altro colpo al cuore quando sul finale, durante il “firma copie” con la lunga fila di lettori in coda, Paul continua a rispondere agli annunci sulla app di lavoro. Ancora uno svuota cantina per 20 euro. Ma solo il pomeriggio – precisa – “perché la mattina scrivo”.
Gabriella Gallozzi
Giornalista e critica cinematografica. Fondatrice e direttrice di Bookciak Magazine e dei premi Bookciak, Azione! e Bookciak Legge. Prima per 26 anni a l'Unità.
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