In memoria di Laurent Cantet. L’emozione di “Enzo” il suo film testamento arriva in sala
In sala dal 28 agosto (per Lucky Red) “Enzo”, film testatamento di Laurent Cantet che ha aperto a Cannes la Quinzaine des cinéastes. Un film profondamente di Laurent Cantet, nello sguardo e nello spirito. Dove il conflitto invece che di classe è familiare. Con quel ragazzo adolescente, l’ Enzo del titolo che sceglie di fare l’operaio, l’apprendista muratore. In barba ai desideri di una famiglia ricca e borghese. Un film collettivo, con gli amici di sempre che l’hanno portato a termine (firma la regia Robin Campillo) quando la malattia ha impedito all’autore di “La classe” di andare sul set. Pierfrancesco Favino è nei panni del papà …

È davvero un omaggio prezioso quello riservato in apertura dalla Quinzaine des cinéastes, sezione indipendente e resistente del Festival di Cannes e sorella delle italiane Giornate degli autori a Venezia.
Parliamo dell’omaggio a Laurent Cantet, l’autore francese scomparso troppo presto lo scorso anno, di cui la Quinzaine ha proposto il 14 maggio il suo film testamento: Enzo. Un film di Laurent Cantet, come recitano i titoli d’apertura, realizzato da Robin Campillo.
Quando l’autore che del mondo del lavoro e dei conflitti di classe e sociali ha fatto la sua poetica (A tempo pieno, Leone d’oro 2001; La classe, Palma d’oro 2008, L’Atelier 2017) non è più potuto andare sul set, vinto dalla malattia, Campillo ne è diventato le réalisateur. Un accordo, del resto, preso già tempo prima, quando per Laurent è stato chiaro che da quel secondo tumore al pancreas non ne sarebbe uscito. Aveva solo 63 anni.
È proprio allora – siamo nel 2023 – che è partito il progetto di questo ultimo fillm. Progetto condiviso con i compagni di sempre. Quei quattro ragazzi studenti di cinema e idealisti che si sono incontrati nei primo anni Ottanta all’Idhec. Diventati famosi ciascuno a suo modo: Cantet con la Palma d’oro a La classe; Robin Campillo con 120 battiti al minuto che nel 2017 ha rappresentato la Francia nella corsa agli Oscar; Dominik Moll con la commedia nera Harry, un amico vero; Gilles Marchand con almeno un paio di titoli culto, Chi ha ucciso Bambi e la serie Netflix, Grégory. Quando l’uno scriveva insieme al regista la sceneggiatura, l’altro faceva l’assistente o il montaggio.
Una squadra, insomma, che non si è mai persa di vista. A riprova di quel grande lavoro collettivo che è il cinema stesso. E soprattutto un certo tipo di cinema. Robért Guédiguian, anche lui in Francia, ne è un altro bell’esempio. Una squadra, dicevamo, che si è ritrovata soprattutto in questa occasione speciale (Dominik Moll a parte preso dal set di Dossier 137 in concorso proprio in questa edizione di Cannes). Al gruppo di amici si è aggiunta la produttrice di sempre, Marie-Ange Luciani con la sua Films de pierre, più una lunga cordata di altri compagni di viaggio come i fratelli Dardenne (anche loro presenti in concorso) e anche l’italiana Lucky Red che lo porterà in sala.
Il risultato è un film profondamente di Laurent Cantet, nello sguardo e nello spirito. Dove il conflitto invece che di classe è familiare. Con quel ragazzo adolescente, l’ Enzo del titolo che sceglie di fare l’operaio, l’apprendista muratore. In barba ai desideri di una famiglia ricca e borghese e soprattutto di un padre protettivo fino all’ossessione – col volto di Pierfrancesco Favino – che avrebbe voluto per lui il percorso precostituito degli studi superiori. Così come fa il fratello.
Enzo non è un ribelle. Ha scelto solo di deviare la traiettoria piuttosto per senso di inadeguatezza, disagio, voglia di fuga. Siamo nel midi della Francia, tanto caro al cinema di Cantet. Esattamente nello scenario della Ciotat, luogo ad alto tasso simbolico per la storia operaia, dagli storici cantieri navali ormai in disuso e dove i Lumière hanno dato i natali al cinema.
Nel lavoro manuale, nella fatica fisica, nella durezza del cantiere Enzo trova la sua via di fuga dalle incertezze e le paure del presente. Costruisce ville eleganti, vista mare, come la sua. Come quella della sua famiglia, nella quale il padre lo vorrebbe felice e realizzato. Grande narratore di classi e gerarchie sociali, nell’affresco della vita di cantiere il regista di Risorse umane, mette in scena l’altra parte dell’universo, raccontandone la distanza assoluta, l’allontanamento progressivo e sempre più evidente tra il mondo dei sempre più ricchi e dei sempre più poveri.
Vlad, quel giovane muratore ucraino che mette in guardia Enzo dai pericoli del cantiere mostrandogli la foto del suo dito amputato in un incidente ed ora ricucito in emergenza, è la voce e il volto di quell’altro mondo. Un po’ brutale, un po’ paterno è lui ad insegnargli il mestiere e con lui al ragazzo si apre improvvisamente uno squarcio sulla realtà: la guerra in Ucraina, a cui addirittura vorrebbe prendere parte, la paura per il futuro, l’incertezza del mondo che ci circonda.
L’ammirazione di Enzo per quell’uomo “guerriero” che però ha scelto di disertare, così diverso da lui si trasformerà anche in altro, nel vortice dei sentimenti di un adolescente. Ma il film non racconta una storia di coming out.
Piuttosto, come sempre le opere di Cantet, è un sorprendente, sfaccettato, affresco del nostro contemporaneo, famiglia, società, guerre, lavoro, incertezza del futuro. Con emozione, sentimento e passione politica, perché no. Qui in Francia se ne può parlare ancora liberamente. Lo ribadisce anche Robin Campillo raccontando di un cinema che sente la responsabilità di quello che accade nel mondo e che non potrebbe essere altrimenti.
Come Enzo, appunto, senza scorciatoie e schematismi per riflettere e continuare ad interrogarsi. Pierfrancesco Favino nei panni del papà sorprende per il suo francese fluente. Eloy Pohu, il ragazzino protagonista dal corpo possente di un ex nuotatore, è una vera scoperta. Come anche gli operai del cantiere Vlad, compreso, tutti attori non professionisti anche questo in perfetto stile Cantet.
Gabriella Gallozzi
Giornalista e critica cinematografica. Fondatrice e direttrice di Bookciak Magazine e dei premi Bookciak, Azione! e Bookciak Legge. Prima per 26 anni a l'Unità.
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