La “Lili Marleen” di Fassbinder su Arte. Storia di una canzone che ha fatto storia

Disponibile su Arte, “Lili Marleen” il film di Rainer Fassbinder, libero adattamento delle memorie della cantante tedesca Lale Andersen, diventata celebre per aver lanciato la canzone-manifesto delle truppe al fronte. Un poemetto scritto da un giovane tedesco nel 1915 in partenza per le trincee della Grande guerra, ma diventata famosa durante la Seconda. Amata da Hitler e dagli Alleati fu poi accusata di disfattismo e proibita da Goebbels. Storia di una canzone che ha fatto la storia …

 

“Davanti al cancello della caserma si ergeva una lanterna. Si trova ancora lì. Se volessimo, potremmo ritrovarci ancora, per stare vicino alla lanterna, come una volta, Lili Marleen”: esordiva così la Canzone di una giovane sentinella, di Hans Leip, giovane poeta tedesco nel 1915 arruolato nell’esercito austriaco, in procinto di partire per il fronte russo.

Era da poco scoppiata una guerra mondiale, la prima. Ma il poemetto Lili Marleen divenne per puro caso il testo della canzone più famosa e conosciuta di un’altra guerra mondiale, la seconda, una sorta di Internazionale sentimentale dei soldati, privati dell’amore e delle popolazioni civili che attendevano la fine dei combattimenti.

Leip pensava alla ragazza che avrebbe salutato prima di partire, Lili, la figlia di un ortolano, ma anche a Marleen, una giovane infermiera ex fiamma di un suo commilitone. Aveva in mente le loro ombre che si fondevano sotto la luce del lampione e a se stesso che avrebbe risposto in ritardo al richiamo del posto di guardia per rubare a Lili Marleen un bacio d’addio.

La ballata non vendette, quando fu composta, che 700 copie, ma a partire dal 1938 fu captata dalle Forze Alleate e presto divenne l’inno preferito dei soldati di entrambi gli schieramenti, un canto non ufficiale di fratellanza tra i militari: sotto qualsiasi bandiera combattessero, ognuno di loro sognava di tornare dalla sua Lili Marleen, nella speranza di trovarla ancora lì, sotto la lanterna.

Apprezzata anche dai gerarchi nazisti, per primo lo stesso Hitler, Lili Marleen conquistò il mondo: la superstar tedesca Marlene Dietrich, diventata americana in quanto antinazista, ne fece con la sua voce calda e sensuale un inno contro la guerra che accompagnò i soldati di entrambi gli schieramenti lungo tutto il conflitto.

La trasmetteva dal 1941 ogni sera alle 21.55, alla fine delle trasmissioni, l’emittente militare di Radio Belgrado – dove l’occupante tedesco aveva organizzato una stazione radiofonica – per intrattenere l’esercito e raggiungere le truppe tedesche sparse in tutta Europa e in nord Africa; cinque milioni di soldati sospiravano e versavano qualche lacrima riconoscendosi nel giovane poeta in perenne attesa dell’amata.

Venne però a osteggiare, invano, la diffusione di Lili Marleen, in quanto “danza macabra disfattista” poiché invitava i soldati a pensare a una donna piuttosto che al loro dovere di combattenti, il ministro tedesco della propaganda, Joseph Goebbels, che ne proibì la trasmissione in radio.
È a Zurigo, nel 1938, che ha inizio la vera storia della canzone destinata a conquistare il mondo. Una voce off dà inizio al film Lili Marleen, libero adattamento delle memorie della cantante tedesca Lale Andersen, Der Himmel hat viele Farben [Il cielo aveva tanti colori, 1972, non tradotto], a opera di Rainer Fassbinder, uno dei maggiori esponenti del nuovo cinema tedesco, che lo realizzò nel 1980, e ora trasmesso da Arte tv.

Già autore di una ventina di serie e telefilm, fra cui il memorabile Berlin Alexanderplatz del 1980 e Querelle de Brest (1982), Fassbinder morì poi trentasettenne a causa di un’overdose nel 1982. Il film segue idealmente la quadrilogia fassbinderiana sulla Germania, iniziata con Il matrimonio di Maria Braun (1979), seguita da Lola (1981) e Veronika Voss (1982).
Lale Anderson (una magnifica Hanna Schygulla, Willie nel film) si esibiva a Monaco nel 1936, allorché conobbe il giovane compositore ebreo Rudolf Zink (Robert, interpretato dal nostro Giancarlo Giannini), il quale scrisse per lei la musica del poema di Hans Leip.

Hanna Schygulla, (già eroina del Matrimonio di Maria Braun), allora trentatreenne, appare vibrare in ogni incontro con l’uomo che ama e i suoi occhi blu acciaio rivelano il dramma interiore di una donna che fa di tutto per sopravvivere, a costo di perdersi: a Robert che le rimprovera “sei una leader del regime”, lei risponde “interpreto una canzone, niente di più”.

Robert partecipa all’azione di resistenza clandestina di una rete di aiuto agli ebrei tedeschi organizzata da suo padre David, grande borghese ebreo di Zurigo. Lale aveva 26 anni, era divorziata e giunta a Berlino in cerca di fortuna in bar e cabaret, sognando un futuro fatto di strass e di paillettes; fu conquistata dalla tenera storia del giovane soldato e della sua bella che lui sperava lo aspettasse sotto la lanterna. E finì per incrociare la strada del musicista con il quale scoprì il poema del soldato Hans.

Fra vicende melodrammatiche vissute dai due innamorati e grande storia fatta di parate e spettacoli, ispirandosi alle memorie di Lale Andersen Fassbinder ha portato sul grande schermo la storia di Lale, sconosciuta cantante di cabaret destinata a diventare la star dei nazisti, grazie alla canzone Lili Marleen diffusa ai quattro angoli del Reich, e non solo.

Alla gentile Willie non sembrava di vendere l’anima al diavolo, ma apprezzava la lussuosa villa tutta arredata di bianco offertale dal Führer: “Come faceva a sapere che mi piace tanto il bianco?” si chiede, rotolandosi sul letto. Privata della sua personalità – del resto piuttosto banale per come la presenta Fassbinder all’inizio della pellicola – “prigioniera” di Lili Marleen, Willie si trasformò in donna-oggetto, Valchiria moderna sotto gli stendardi della croce uncinata onnipresente.
Ma persegue il suo sogno d’amore: ritrovare Robert. Ciò avverrà a Berlino, dove lui è arrivato sotto falso nome, e Lale finirà per entrare, per amore di lui, nella Resistenza. Robert si è però rifatto una vita, a fianco di un’altra. E questa è un’altra storia.


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