Al cinema la storia di un bombarolo “Cileno”. Dal regime di Pinochet all’Italia (non solo) “di piombo”
Dal 27 agosto al cinema per Fandango “Il cileno” di Sergio Castro-San Martín, che s’ispira alla vera vicenda di Aldo Marín Piñones (narrata nel libro “Aldo Marín: Carne de cañón”), fuggito nel 1976 dal Cile del regime di Pinochet per rifugiarsi a Torino, dove rimane invischiato nella lotta armata. Una storia che merita di essere ricordata, ma nel farlo il film non riesce a restituire la complessità dell’Italia di quegli anni. Peccato, perché le questioni di cui ci parla, dai regimi di destra alla condizione dei migranti, sono più che mai attuali. Come lo erano le testimonianze raccolte nel bel doc “Santiago, Italia” di Nanni Moretti…

«Rossi e neri sono tutti uguali», sentiamo dire a un certo punto ne Il cileno (in sala dal 27 agosto per Fandango dopo l’anteprima a Locarno 79, sezione Piazza Grande), e subito la mente va alla risposta irata del Nanni Moretti di Ecce bombo: «Ma che siamo, in un film di Alberto Sordi?!». Lo stesso Moretti (ora atteso al concorso veneziano) che, in uno dei suoi migliori lavori recenti, il documentario Santiago, Italia (2018) rievocava, di testimonianza in testimonianza, le esperienze di chi era scampato alle torture e uccisioni del regime fascista (e proto-neoliberista) di Augusto Pinochet, rifugiandosi presso l’ambasciata italiana.

Anche Il cileno ci parla di chi cercò asilo nel Belpaese degli anni ’70 dai soprusi della dittatura che aveva rovesciato il presidente socialista democraticamente eletto Salvador Allende. Ma la vicenda del protagonista (lo interpreta Camilo Arancibia), ispirata a quella vera di Aldo Marín Piñones (narrata nel libro Aldo Marín: Carne de cañón di Juan Cristóbal Guarello, inedito in Italia), assumerà ulteriori risvolti tragici: emigrato a Torino con l’amico Chapa (Andrew Bargsted) e assunto in una fabbrica, l’ex minatore Aldo, fra i tumulti della lotta armata e della strategia della tensione, viene reclutato da un gruppo anarchico locale per la sua competenza in esplosivi. Lui accetta di fabbricarne, specificando: «Non voglio avere niente a che fare con i morti, non deve morire nessuno».
Difficile però mantere il proposito mentre il clima si arroventa e la rabbia dell’uomo, raggiunto nel frattempo dalla notizia che moglie e figloletto sono “spariti” per mano degli aguzzini di Pinochet, cresce fino a tracimare. Tuttavia, nell’escalation di violenza e disperazione, almeno un cerchio si chiuderà positivamente, grazie al ruolo giocato dalla chirurga Luciana (Sara Serraiocco), militante nella stessa organizzazione di Aldo, con cui instaura una forte amicizia.
Come le vite di Santiago, Italia, anche quella di Aldo Marín merita di essere conosciuta e ricordata, specialmente adesso che nel suo Paese d’origine (e in buona parte dell’America Latina) torna a comandare l’estrema destra, nostalgica delle giunte militari e ancora sostenuta dall’imperialista vicino statunitense, mentre l’Italia (e l’Europa) seppellisce la cultura dell’accoglienza e della solidarietà cedendo alla demagogia sull’immigrato-invasore. Eppure, Il cileno non convince appieno, e al netto delle buone intenzioni, il sapore è quello delle mezze occasioni mancate.
«Ricostruire un tempo non significa soltanto disegnarne l’atmosfera, la coloritura o la città, ma anche comprendere la società che lo attraversa e le personalità che la incarnano», dice bene il regista Sergio Castro-San Martín (nel suo curriculum la serie Amazon La Jauría, tra le altre cose), qui anche autore del soggetto e della sceneggiatura con Simona Nobile. Ma è proprio nel restituire la complessità del quadro socio-politico in cui s’inserisce il dramma dei personaggi che il film (co-prodotto da Cile, Italia e Svizzera) ci sembra perdere punti.
Rossi e neri non sono tutti uguali ne Il cileno (per fortuna), anche perché tra gli uni ci sono personaggi, con i loro dubbi, errori e contraddizioni, gli altri sono ombre e presenze fugaci. Non basta però la sottotrama (un po’ didascalica) dell’impegno di Luciana in favore del diritto ad abortire per riflettere la vastità e importanza delle battaglie e conquiste di quegli anni. Che no, non furono solo di piombo. E, a proposito di quest’ultimo, come ci insegnavano sin da allora gli artisti più ricettivi, dal Pasolini del Romanzo delle stragi al De André della Storia di un impiegato, qualunque discorso sul terrorismo nel nostro Paese rischia di apparire incompleto, quando non fuorviante, se non si dà adeguatamente conto del sistema di potere in cui e per cui quella stagione si è consumata.
Ciò in questo caso non avviene, e l’Italia democristiana, atlantista e tentata dalle svolte autoritarie in cui si muovevano bombaroli e forze dell’ordine del 1976 emerge assai poco. Non aiutano le figure di contorno, tagliate con l’accetta (il commissario integerrimo e «servitore dello Stato» di Gaetano Bruno) o comunque bisognose di un approfondimento maggiore (il leader del gruppo anarchico Enrico, impersonato da Lorenzo Richelmy).
Forse, ripensando ancora a Santiago, Italia, il problema, o uno di essi, è proprio il linguaggio della fiction contemporanea. Che, sempre sul punto di venire definitivamente soverchiata dall’odierna overdose di forme e prodotti audiovisivi, pare spesso più indietro, rispetto al cinema “del reale”, nel restituire la profondità e pluralità non solo del presente, ma anche e soprattutto del passato. E nel calare le storie dei singoli nella Storia di cui sono, nel bene e nel male, parte inseparabile.
Emanuele Bucci
Libero scrittore, autore del romanzo "I Peccatori" (2015), divulgatore di cinema, letteratura e altra creatività.



