Le “Scarpe rotte” della storia. Roberta Torre rilegge Natalia Ginzburg e apre le Notti Veneziane delle Giornate

 

Nel suo nuovo lungometraggio, “Scarpe rotte”, la regista ha tratto spunto dal racconto omonimo di Natalia Ginzburg, che rievoca il periodo trascorso dalla scrittrice nella Roma occupata dai nazisti. Così Roberta Torre, mettendo in scena la vicenda di Clara (Barbara Ronchi), ci offre un altro capitolo della sua riflessione fantasmatica su tempo e memoria, fra trovate surreali e la Storia che irrompe nei filmati d’archivio. Omaggiando le “scarpe rotte” dei meno fortunati…

Ciò che indossiamo ai piedi può dire tante cose di noi, lo sapeva bene il Michele Apicella/Nanni Moretti di Bianca: «Ogni scarpa una camminata, ogni camminata una diversa concezione del mondo». La regista Roberta Torre, per certi versi, fa propria la massima, e nel suo nuovo lungometraggio (presentato alle 23me Giornate degli Autori in apertura delle Notti Veneziane) sono le Scarpe rotte del titolo a costituire il centro poetico, traendo liberamente ispirazione dal racconto omonimo di Natalia Ginzburg (pubblicato nella raccolta del 1962 Le piccole virtù, Einaudi), a sua volta figlio del periodo trascorso dalla scrittrice a Roma negli anni durissimi dell’occupazione nazista.

Sono i giorni in cui il marito e collega letterato della scrittrice, Leone Ginzburg, antifascista impegnato nelle file della Resistenza, viene incarcerato a Regina Coeli, dove morirà per le torture subite. Tutto questo però non è che una delle suggestioni stratificate nella nuova fatica di Torre, la cui protagonista si chiama Clara (interpretata da Barbara Ronchi), mentre il suo amato fatto prigioniero è Tommaso (Glen Blackhall). La donna si reca regolarmente a trovarlo, portandogli le sue lettere, ma la guardia all’ingresso (Rocco Castrocielo) non la fa mai passare, dicendole che l’orario di visita è terminato e di tornare «magari la settimana prossima». Cosa che lei fa, in una ripetizione quasi da Aspettando Godot beckettiano, o da Kafka dell’eterna attesa davanti alla porta sbarrata della Legge.

L’una e l’altra reminiscenza ci danno l’idea di quanto la rievocazione d’epoca della cineasta di Tano da morire sia irriducibile ad ogni ipotesi di realismo: anzi, raramente come stavolta la ricerca della filmmaker ha premuto tanto il pedale della trasfigurazione onirica. Ma, come in certi sogni solo a prima vista indecifrabili, c’è un percorso da (ri)trovare e seguire in Scarpe rotte, e omaggia anzitutto i portatori di queste ultime, con le loro vicende, spesso di indigenza o di solitudine, riflesse nell’uso-abuso dello stesso paio di calzature. E anche qui potrebbe risuonare il Michele/Moretti di Bianca rivolto al commissario: «Quando ho visto le sue scarpe io ho capito tutto di lei: che è un uomo che ha sofferto, che ha solo un paio di scarpe alla volta, che piano piano si consumano, diventano lise, perdono il colore…».

Torre, dal canto suo, dedica a questa umanità la situazione-cornice del film, un “Concorso Nazionale delle Scarpe Rotte” cui partecipano persone di ogni età e genere, e ad aggiudicarsi il premio sarà la storia più struggente legata alle suole usurate o perdute. C’è anche Clara a portare le sue, su cui sono impressi i segni dei lunghi e inesausti tentativi di ricongiungersi con Tommaso, e dove è entrata l’acqua della “Città aperta” tutta ricostruita e riplasmata in studio come un paesaggio della mente.

A popolare questo teatro intimo e pubblico insieme troviamo presenze, ombre e proiezioni soprattutto femminili, dall’amica di Clara, Vera (che ha il volto di Mersila Sokoli), al coro formato da Diana Collepiccolo, Paola Giannetti e Tatiana Lepore. Fino alla stessa regista, che dopo la comitiva delle Favolose amiche transgender e la Alba Rohrwacher affetta da sindrome di Korsakoff sulle tracce di Monica Vitti in Mi fanno male i capelli, prosegue un suo personale viaggio, fiabesco e fantasmatico, nei cortocircuiti del tempo e della memoria.

E sono (anche) i cortocircuiti della Storia, qui messa direttamente in gioco, nelle sue svolte e nei suoi traumi, dai filmati d’archivio, ribadendoci che i passi dei singoli subiscono sempre le offese e le deviazioni di piccole e grandi violenze e ingiustizie. A cui, una volta di più, la cineasta risponde con le armi, anzi con le scarpe, dell’arte che trasforma la vita in spettacolo, tanto più (apparentemente) leggero quanto più pesano le lacrime di chi cammina sul suo palcoscenico.


Emanuele Bucci

Libero scrittore, autore del romanzo "I Peccatori" (2015), divulgatore di cinema, letteratura e altra creatività.

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