Il défilé della storia. A Venezia 83 Gerda Taro, “La ragazza con la Leica”, apre Orizzonti
In gara e in apertura di Orizzonti di Venezia 83 “La ragazza con la Leica” di Alina Marazzi. Tratto dall’omonimo romanzo di Helena Janeczek, Premio Strega nel 2018, il film racconta Gerda Taro, prima fotoreporter della storia e compagna del ben più celebre Robert Capa. A mancare però è proprio la storia, ridotta a una semplice cornice senza profondità. Con l’avvenente Emilia Schüle, nei panni della protagonista, a passeggiarci in mezzo come a un défilé. Il titolo concorre anche al nostro premio collaterale Bookciak al miglior film da operara letteraria …

Una storia si può riannodare o far sfilare. Sono due estremi, nel mezzo c’è molto, ma come tutti gli estremi opposti conducono a destinazioni diverse. La storia di Gerda Taro, prima fotoreporter di sempre, ha sfilato sul tappeto rosso degli Orizzonti di Venezia 83 grazie ad Alina Marazzi, regista de La ragazza con la Leica. Di riannodato, però, c’è molto poco.
Il titolo ricorderà a qualcuno il romanzo di Helena Janeczek, Premio Strega di alcuni anni fa, nel 2018. Non è un caso, Marazzi ha liberamente adattato quella storia, dando un enorme spazio alle fotografie e ai filmati della sua protagonista (il suo imprint, del resto, che abbiamo apprezzato nei primissimi in Un’ora sola ti vorrei e Vogliamo anche le rose). Alla Taro del film (una fin troppo seducente Emilia Schüle) fa da contraltare la Taro reale, o quantomeno la sua immagine, che riappare continuamente nelle pur sparute fotografie esistenti che la vedono dal lato ritratto dall’obiettivo. Il resto della sua breve vita lo ha passato a scattare.
La Gerda del film, come quella vera, la fotografia la scopre tardi. E ci viene presentata più come una magnetica seduttrice, perennemente entusiasta ed eccitata dai tempi in cui sta vivendo. È la prima stonatura, considerando che siamo nel 1937 e l’Europa è di fatto sull’orlo del baratro più spaventoso della sua storia recente. La stessa Taro è dovuta scappare dalla Germania hitleriana in quanto comunista convinta, riparando a Parigi in cerca di fortuna.
Niente da fare, nel film persino le zecche del materasso parigino sono motivo di risate e simpatia. Sembra che del dramma della storia non rimanga quasi nulla. Men che meno della guerra civile spagnola, sul cui campo di battaglia Taro ha scattato i suoi reportage più significativi, assieme al partner ben più celebre: Robert Capa. Marazzi ci mostra una protagonista ossessionata da quella lotta ma mai la vera tragedia che ha fatto grande gli scatti dei due reporter.
Solo alla fine, quando si avvicina anche la morte di Taro, vediamo alcuni squarci dell’orrore. La fotografa muore infatti a 27 anni, nel 1937, a causa di un incidente con un carro armato a Brunete, nei pressi di Madrid. Era voluta tornare a tutti i costi tra le fila dei repubblicani per fare la sua parte, come prontamente ci viene raccontato dall’immancabile voce fuori campo. Più che un’ideale, sembra una testardaggine estetica.
A mancare ne La ragazza con la Leica forse è proprio la consapevolezza di quella storia. L’Internazionale ritorna di continuo, in svariate versioni più o meno pop, così come la Marsigliese. Sono però melodie da sottofondo, su cui passeggiare sorridenti a bordo Senna o per le vie di una deserta Montmartre, con un’estetica per nulla lontana dalle più banali pubblicità che inondano i nostri piccoli schermi.
Ai piedi del Sacré-Cœur Marazzi fa imbattere la sua bella Gerda, perennemente sorridente, persino in un corteo contemporaneo. Le spuntano davanti una decina di manifestanti festosi, addobbati con le bandiere arcobaleno, della Palestina, dell’Ucraina. E mentre passeggia serena nel suo vestito di seta rosso le appaiono sui muri le scritte femministe delle “Colleuses”, l’attivo movimento francese, in un ideale scambio tra presente e passato.
Un calderone confuso, in cui si mischiano lotte diverse come fossero spille da esibire per la Leica di chi ci osserva. La storia, invece, non si è fatta e non si farà per raccontarla alla buona, infiocchettandola e anestetizzandola. Non c’è un giorno che non lasci un segno, come diceva già un antico motto latino. Per inverso, a cancellare i segni si perdono anche i giorni. Così come se si cancellano le ombre dalle foto resta solo un negativo di luce indistinta.
Tobia Cimini
Perditempo professionista. Spende il novanta percento del suo tempo leggendo, vedendo un film o ascoltando Bruce Springsteen. Nel restante dieci, dorme.
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