Da Venezia a Gaza. La voce dei manifestanti, il silenzio (e la distanza) della Mostra

“Free, free Palestine” gridano al corteo dei 10mila al Lido di Venezia perché arrivi la voce del popolo palestinese al red carpet della Mostra del Cinema, altrimenti blindato e inavvicinabile. Il Palazzo resta fuori, senza dare alcuna visibilità al dissenso, senza prendere posizione “contro il genocidio perpetrato dal governo di Israele” come, invece, richiesto da centinaia e centinaia di rappresetati della cultura e dello spettacolo. Anzi. Ai valichi di accesso al Palazzo (del cinema) security e poliziotti hanno l’ordine tassativo di non far entrare né volantini, né bandiere palestinesi. Persino alle delegazioni dei film che sfilano sul tappeto rosso è vietato.
Da Venezia a Gaza, però, c’è stata, comunque. E il lungo, lunghissimo corteo ha sfilato il 30 agosto attraverso il Gran Viale fino ad arrivare poco prima dell’area del Festival, una distanza di poche centinaia di metri, ma strategica, per rendere inequivocabile l’estraneità del Palazzo (del cinema) alla manifestazione e l’indifferenza nei confronti del genocidio.
Chiaro è anche quello che resterà di questa 82 Mostra, al di là dei film e dei Leoni: il suo silenzio assordante mentre Netanyahu sta infliggendo la “soluzione finale” al popolo palestinese. I governi (di destra) passano, la Storia resta. E per dirla, come nelle tante piazze in sostegno alla Palestina, “il vostro silenzio sarà studiato dai vostri nipoti”.
Gabriella Gallozzi
Giornalista e critica cinematografica. Fondatrice e direttrice di Bookciak Magazine e dei premi Bookciak, Azione! e Bookciak Legge. Prima per 26 anni a l'Unità.
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