Guillermo Del Toro ricuce male “Frankenstein”. Il mostro in Mostra delude la laguna
Passata in concorso a Venezia l’attesa rivisitazione di “Frankenstein” firmata da Guillermo Del Toro. Stavolta l’acclamato regista messicano con la passione dei mostri ha messo su schermo per Netflix il più famoso di tutti, nato dalla penna di Mary Shelley. Il risultato è una versione molto retorica e sdolcinata che non ha convinto il Lido …

“Solo i mostri giocano a fare dio”. Netflix se lo gioca così il lancio di Frankenstein, l’attesa ultima fatica di Guillermo Del Toro. L’amatissimo regista messicano non è solo uno dei pochi a entrare nel concorso di Venezia 82 con un Leone d’oro già in bacheca (vinto con La forma dell’acqua nel 2017), ma è anche per forza di cose uno dei più attesi, per la Mostra così come per la stagione dei premi che sta per iniziare.
Frankenstein è stato congegnato come un ritorno in pompa magna: cast stellare, budget da capogiro e tutto quel che ne consegue. D’altronde per un regista divenuto famoso con la bellezza dei suoi mostri, affrontare il mostro per eccellenza, creato dalla penna di Mary Shelley, diventa un invito a nozze, tanto per lui quanto per i suoi fan. Sono le premesse con cui la grande N rossa lo ha portato al Lido, dando la sensazione di aver messo su un progetto talmente grande da non poterlo sbagliare.
E infatti, il film finisce per assomigliare vertiginosamente agli innumerevoli contenuti “vuoto a rendere” di cui Netflix affolla il suo scaffale virtuale e a cui Guillermo ha già contribuito col precedente Pinocchio. Qui la storia del redivivo cadavere (il fascinoso Jacob Elordi), assemblato dal medico Victor Frankenstein (col volto di Isaac ancora in cerca di Oscar) allo scopo di vincere la morte, segue perfettamente il canovaccio che ben si conosce. Viene però letteralmente inaffiato da una retorica sdolcinata e superficiale, che fa scivolare rapidamente tutto verso il limite del sopportabile, se non oltre.
Il dramma della creatura è che non può morire. Lo spiega lui stesso al comandante della nave ancorata nei mari del Nord, da cui partono in un enorme flashback le due linee narrative. Prima di Frankenstein era stato infatti il suo creatore a spiegare cosa l’avesse spinto a tentare l’impossibile. In buona sostanza si procede a ritroso, fino a scoprire pian piano come si è finiti al polo per l’ultimo atto.
Come c’è da aspettarsi da Del Toro, la creatura viene mostrata con grande empatia, come fosse un enorme bambino, capace però di ammazzare a morsi un lupo (non inventiamo, lo vediamo succedere). Così come, prevedibilmente, il regista ha fatto il minor uso possibile delle ricostruzioni al computer, preferendo affidarsi al trucco per dare veridicità al suo personaggio.
Prevedibile Il resto. Capiamo rapidamente che il mostro vero non è Frankenstein, puro di cuore che vorrebbe solo poter provare amore e amicizia, ma Victor, che prima lo ha creato e poi lo ripudia. Ci vuole però empatia anche per lo scienziato, educato alle bacchettate del padre e traumatizzato dalla morte della madre. A differenza del libro, entrambi vanno dietro alla stessa donna, Mia Goth, ed entrambi ne escono con il cuore a pezzi.
Del Toro deve aver pensato a lungo a una storia stile Alfred Nobel, inventore della dinamite nonché dell’omonimo e prestigioso premio. Non a caso è proprio con sei candelotti di esplosivo che Victor fa l’ultimo disperato tentativo di ammazzare la sua invenzione immortale. L’idea della creazione che si rivolta contro il creatore e ne rivela il narcisismo permea un po’ tutto questo Frankenstein. Senonché, in un finale al miele, è la creatura stessa a liberare il suo padre putativo con un sentito perdono.
Per Netflix questo è il secondo film in concorso a Venezia 82 e proprio come il primo, Jay Kelly di Noah Baumbach, sembra aver convinto ben poco. Addirittura, all’apparire della N rossa tra i titoli di testa, più di qualcuno ha iniziato a fischiare. Solo il tempo ci dirà se Frankenstein potrà invece risultare tra i favoriti della giuria e potrà provare a costruirsi un successo con il pubblico.
Tobia Cimini
Perditempo professionista. Spende il novanta percento del suo tempo leggendo, vedendo un film o ascoltando Bruce Springsteen. Nel restante dieci, dorme.
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