L’Oscar per l’animazione a Pinocchio. Disobbediente nell’Italia fascista di Guillermo Del Toro.

Fresco di Oscar come miglior film d’animazione 2023 prosegue il suo cammino trionfale su Netflix. È la personalissima versione di “Pinocchio” firmata da Guillermo Del Toro. Un progetto covato per 14 anni che trasporta la favola di Collodi nell’Italia fascista con tanto di Duce col mascellone, podestà, bombardieri e bambini in divisa da balilla. Una sorta di parabola dove l’era Mussolini è metafora per parlare della contemporaneità e del bisogno di una ribellione che recida i fili che vincolano e muovono quel burattino che la società vorrebbe fossimo …

… E con questa di Guillermo del Toro sono 22 le pellicole più o meno fedelmente tratte dal Pinocchio di Collodi, dal 1911 ad oggi. Quattro solo quelle del 2019.

Per non dire delle circa 200 edizioni del libro, a partire dalla prima pubblicazione a puntate, tra il 1881 e il 1883, sul Giornale per i bambini col titolo La storia di un burattino. Sentivamo il bisogno di un’ennesima versione? La risposta è affermativa per un semplicissimo motivo: questo non è Pinocchio o, per meglio dire, non è il Pinocchio che conosciamo e che ci ha francamente ammorbato col suo intento morale fin dalla più tenera infanzia.

Il dubbio legittimo è se sia o meno un Pinocchio per bambini, sebbene possa essere visto e apprezzato anche da loro. Tuttavia, le reinvenzioni, i ribaltamenti di senso e l’intreccio narrativo tra momenti drammatici e altri di puro ed eccentrico divertimento possono essere maggiormente percepiti da un pubblico più cresciuto anche se è di un “cartone animato” (si perdoni l’irrefrenabile definizione da boomer) che stiamo parlando, la tecnica espressiva più spesso rivolta alla percezione infantile.

È proprio l’animazione in stop-motion la tecnica scelta da Del Toro, affiancato dal co-regista Mark Gustafson e da un esercito di addetti ai lavori, per portare sullo schermo un opera che ha impiegato 14 anni a vedere la luce a causa degli esorbitanti costi di produzione. Tra interruzioni, rallentamenti e persino una cancellazione del progetto, la vicenda sembrava chiusa finché non è arrivato Netflix a comprare i diritti e a consentire la fine del film, che in Italia sarà proiettato in poche e selezionate sale dal 4 all’8 dicembre per poi passare immediatamente allo streaming della piattaforma.

Come già detto, questo è un Pinocchio che ha ben poco a che vedere col fedele e calligrafico film di Comencini e con tutte le trasposizioni più note, con attori in carne ed ossa o cartoon che sia.
Qui siamo più vicini a La spina del diavolo (2001) e a Il labirinto del fauno (2006), le due più significative opere del regista messicano nelle quali, ugualmente, il fiabesco e l’horror sono espedienti per un racconto fortemente politico. Là dove si toccava la guerra civile spagnola, qui, nell’altro-Pinocchio di Del Toro, l’ambiente è quello dell’Italia fascista con tanto di Duce col mascellone, podestà, bombardieri e bambini in divisa da balilla.

Una sorta di parabola dove l’era Mussolini è metafora per parlare della contemporaneità e del bisogno di una ribellione che recida i fili che vincolano e muovono quel burattino che la società vorrebbe fossimo. Pressoché tutte le versioni filmiche tratte da Collodi hanno perpetuato la morale istruttiva del testo: rispetta il padre, non dire bugie, non disubbidire, non essere pigro e così via. Del Toro, per indagare sulla vita e sulla morte, spazza il campo disegnando un burattino antieroe, che genera sconquassi, ma che raggiunge una forte e precisa consapevolezza.

Di sicuro, questo Pinocchio sarà ricordato come la più libera rivisitazione del testo di Collodi, di fatto una riscrittura: “Volevo renderlo incredibilmente bello e volevo renderlo il contrario di quello che normalmente si vede di Pinocchio nei film” ha detto recentemente il regista premio Oscar. E non poteva essere più chiaro riguardo alla storia del (suo) burattino che potrebbe evocare punti di vicinanza col Tamburo di latta di Günter Grass, magari incrociato con i sottotesti del Frankenstein di Mary Shelley. La Creatura di Victor Frankenstein, sebbene di aspetto mostruoso, in sostanza vuole solo avere un ruolo nel mondo a cui dare il suo contributo, essere amato ed essere accettato.

Nella storia c’è ovviamente il ceppo dal quale Geppetto ricava Pinocchio. C’è il Grillo Parlante che è invece un elegante scarabeo, narratore dai modi forbiti e che risponde al nome di Sebastian J. Cricket. Si, la Fata c’è, o qualcosa che le assomiglia, e ancora altri personaggi. La storia e l’iconografia alla quale siamo abituati, tuttavia, è altra cosa.
Del Toro, nella sua bizzarria, inventa di sana pianta un figlio per Geppetto la cui morte spinge il falegname a scolpire il burattino per attenuare il dolore e la solitudine.

Non solo, sostituisce Mangiafuoco con il Conte Volpe, un mix tra il Burattinaio e la Volpe di Collodi mentre Lucignolo è il timido figlio del Podestà costretto ad essere un bravo bambino fascista e non la “cattiva compagnia” descritta da Collodi. Non c’è nemmeno il paese del balocchi, ma una caserma dove la gioventù fascista sperimenta la guerra.

E poi c’è un’entità buona, quella che era la Fata, che qui è simile ad una Chimera, con la sorella dal colore bluette che governa il mondo dei morti. “Normalmente, la storia di Pinocchio parla di essere un bravo bambino obbediente ed educato”, ha spiegato ancora il regista e sceneggiatore. “La mia storia, invece, tratta della disobbedienza e di come sia necessaria per diventare un individuo, una persona reale”.
In sostanza si tratta del visionario e fantasmagorico romanzo di formazione di un burattino sbeffeggiante ed eroico. Questo è Il Pinocchio di Guillermo del Toro.


Gino Delledonne

Gino Delledonne
Architetto e docente universitario a contratto. Ha collaborato alle pagine culturali di vari giornali tra i quali "Diario" e "Archivio". Devoto del gruppo garage punk degli Oblivians.