Il vecchio, il bambino e i fantasmi. Che bello “Scherzetto” ci fa Martone, fuori concorso a Venezia 83
Mario Martone adatta il libro omonimo di Domenico Starnone, raccontandoci l’incontro-scontro fra Daniele (Toni Servillo), burbero artista ultrasettantenne, e il vivace nipotino Mario (Lorenzo Perrotta). Ma la dinamica ora (tragi)comica, ora tenera, ora malinconica tra i due è anche, e soprattutto, il viaggio del protagonista nei propri fantasmi, e in quella Napoli popolare da cui si era allontanato. Una lezione di leggerezza cinematografica, e un altro capitolo dell’“Odissea” partenopea cantata dal regista. Dove Ulisse si lascia, giocosamente, detronizzare…

Daniele Mallarico, vedovo ultrasettantenne, artista burbero e solitario, deve occuparsi per tre giorni del nipotino Mario, quattro anni, intelligentissimo per la sua età, un po’ saccente, molto affettuoso e sprizzante una perenne, incontenibile, onnivora voglia di giocare, destinata a travolgere il nonno assai più preso dal delicato lavoro che sta faticosamente cercando di portare a termine.
L’assunto è da commedia familiare, ma Scherzetto, sia il romanzo di Domenico Starnone (2017, Einaudi) sia la trasposizione firmata da Mario Martone (fuori concorso a Venezia 83, poi in sala con 01 Distribution), è anche e soprattutto una storia di fantasmi.
Parla di fantasmi il racconto di Henry James The Jolly Corner che il protagonista (interpretato da Toni Servillo) ha l’incarico di illustrare per conto di un giovane, aggressivo editore milanese. E sono i fantasmi (di chi c’era e non c’è più, di chi è stato egli stesso e avrebbe potuto essere) ad accogliere in forma di allucinazioni Daniele (partenopeo trapiantato nel capoluogo lombardo: come l’Antonio de Il fuoco che ti porti dentro) al suo rientro a Napoli, nell’appartamento dove aveva trascorso infanzia e adolescenza, passato poi alla figlia Betta (Serena Rossi), al marito di lei, Saverio (Lorenzo Lidi), e al piccolo Mario (l’esordiente Lorenzo Perrotta).

Forse anche il bimbo è un fantasma, forse è proprio il jolly joker (“giocatore giulivo”, letteralmente) di cui parla James. E forse, anzi probabilmente, un fantasma lo è il nonno: i cui disegni, osserva il bimbo, sono troppo “scuri”, fanno paura, e tra questi c’è uno spettro abbozzato che somiglia proprio a Daniele da ragazzo in una foto venuta male.
È un pirandelliano non riconoscersi più e insieme un itinerario nel perturbante freudiano quello dell’uomo, a cui la sensazione della vecchiaia, fisica oltre che emotiva (i movimenti rallentati e stanchi del corpo tradiscono un recente intervento chirurgico), fa riaffiorare, come incubi, fragilità e contraddizioni. Ma anche un calore umano e un’autenticità a suo tempo sepolti per inseguire il sogno totalizzante di una realizzazione professionale capace di emanciparlo dal retaggio socio-familiare.
Nelle mani di Martone, sempre affiancato da Ippolita Di Majo alla sceneggiatura, questa vicenda diventa una lezione di leggerezza cinematografica, uno “scherzetto” appunto, come quello che, per riappacificarsi dopo un rimprovero, il nonno fa tirando schizzi d’acqua del lavello al nipotino offeso. E che diventa da lì la parola d’ordine, o la formula magica, dei loro conflitti e delle loro riconciliazioni, al confine incerto tra finzione e realtà, come certi giochi attraverso cui possono scaturire cose molto serie e vere («È bello giocare a fare veramente», dirà a un certo punto Daniele a Mario).
A questa sospensione tra sogno e realtà, ironia e malinconia, lo Scherzetto del cineasta ci arriva asciugando ulteriormente il già breve libro di Starnone, riducendo in particolare lo spazio del difficile ménage tra Betta e Saverio (comunque presente sullo sfondo) e concentrandosi su pochi elementi essenziali. Tra questi, c’è una Napoli “dell’anima”, popolare, dove per le strade trafficate può esplodere la stessa rabbia, anzi raggia, che si riaccende nel protagonista dopo anni di assopimento altoborghese. E dove Mario, per ingannare una solitudine opposta e speculare a quella del nonno, cala ostinatamente i propri giocattoli al figlio dei meno agiati vicini del piano di sotto, scatenando tra i rispettivi genitori emblematici rancori e incomunicabilità di classe.
È, in fondo, un altro canto di quel poema del ritorno nella città partenopea che già seduceva e destabilizzava, irrimediabilmente, un altro suo figlio, il Felice Lasco/Pierfrancesco Favino di Nostalgia. Difficile pensare a una coincidenza, allora, se il volume illustrato che Daniele porta a Mario non è di fiabe come in Starnone ma piuttosto una riduzione dell’Odissea. L’Ulisse di Scherzetto, però, non riapproda alla sua Itaca per riprendersi il regno, ma per lasciarsi detronizzare (pur fra resistenze e riluttanze). Formando, con l’amato-odiato nipote, una coppia quasi da cinema comico classico, tutta basata sui contrasti caratteriali e fisici fra i due personaggi.
Anche per questo l’unico ingrediente di troppo nel bell’adattamento di Martone ci pare l’intervento della voce narrante di Daniele, che esplicita, commenta e sottolinea in prima persona alcuni passaggi della sua esperienza e del suo travaglio intimo. E forse non era necessario, sia perché la consumata espressività di un Toni Servillo al suo meglio (alla settima collaborazione cinematografica col regista) appare bastevole a tradurre le sfumature e i rivolgimenti interiori del protagonista, sia perché lasciar descrivere unicamente alle immagini, alle musiche e ai suoni non verbali i movimenti inquieti dell’artista tra corridoi e vie materiali e mentali avrebbe giovato all’atmosfera rarefatta del film. Ma forse quella voce di uomo che si guarda e si racconta da dentro e da fuori sé stesso è solo l’ennesimo fantasma, nel teatro di ombre dello Scherzetto.
Emanuele Bucci
Libero scrittore, autore del romanzo "I Peccatori" (2015), divulgatore di cinema, letteratura e altra creatività.
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