Addio Zeffirelli, un baronetto tra Shakespeare e il cinema


Inguaribile dandy, spirito polemico, regista internazionale, baronetto d’Inghilterra, uomo e politico di destra nonostante la formazione alla corte di un principe comunista (Visconti) e una giovinezza da partigiano.

È morto sabato 15 giugno, all’età di 96 anni, Franco Zeffirelli, assistito nella sua bella villa romana sul’Appia antica dai figli adottivi Pippo e Luciano, mentre stava lavorando al nuovo allestimento della Traviata che il 21 giugno inaugurerà la nuova stagione dell’arena di Verona.

E con lui se ne va uno dei grandi protagonisti della cultura italiana che, in settant’anni di attività, ha attraversato orgogliosamente, tra alti e bassi, teatro, opera lirica e cinema, sopratutto letterario (tanto Shakespeare, Verga, Charlotte Brontë), riscuotendo più plausi all’estero che in Italia, dove, in effetti, si è sentito a lungo straniero.

Nato a Firenze (il 12 febbraio 1923) Franco ha avuto un’infanzia tormentata a causa del mancato riconoscimento paterno (Ottorino Corsi, un commerciante di stoffe che gli ha dato il suo cognome una volta 19enne) e della prematura scomparsa di sua madre, Alaide Garosi (a lei si deve il suo cognome inventato Zeffiretti che per errore dell’impiegato dell’anagrafe diventò Zeffirelli) che lo hanno costretto in orfanatrofio i suoi primi anni.

È in questo contesto che assumono un fondamentale ruolo educativo una comunità di anziane signore inglesi di stanza a Firenze, da cui apprende l’amore per Shakespeare, e a seguire, il suo istitutore nel collegio del Convento di San Marco, quel Giorgio La Pira che sarà tra i nostri padri costituenti e futuro sindaco di Firenze nei ’50, che lo spingerà ad iscriversi all’Accademia di Belle Arti: grazie alla formazione da scenografo comincerà a lavorare in teatro.

Disegnando i costumi e le scene di Troilo e Cressida, nel ’49, avrà l’incontro che gli cambierà la vita: quello con Luchino Visconti di cui divenetrà aiuto (nei sui capolavori: La terra trema, Bellissima, Senso) e amante, condividendo col principe comunista, una lunga passionale e burrascosa relazione. E che, una volta finita, lo porterà al servizio della lirica e di Maria Callas di cui diventerà “IL” regista, raccogliendo successi internazionali, dalla Scala alla Metropolitan Opera, dal Lincoln Center di New York a Dallas, a Londra e Parigi.

Il suo esordio nel cinema è nel ’57, con Camping, una commedia poco fortunata, addirittura derisa dalla critica italiana. Ma il successo arriverà in seguito con i film shakespeariani: La bisbetica domata (1967) con Elizabeth Taylor e Richard Burton protagonisti e, soprattutto, quel Romeo e Giulietta, con i nuovi volti di Leonard Whiting e Olivia Hussey e la musica di Nino Rota che lo catapulteranno nella notte delle stelle hollywoodiana, con quattro candidature agli Oscar e due statuette portate a casa (costumi e scenografia). E ancora, molti anni dopo, nel ’90, L’Amleto con Mel Gibson, una giovanissima Helena Bonham-Carter nei panni di Ophelia e una grande Glenn Close in quelli della regina Gertrude, si rivelerà un vero successo popolare.

Dei Settattanta sono i film più propriamente religiosi: Fratello Sole, Sorella Luna, ispirato alla vita e alle opere di San Francesco che si fece apprezzare per la perfezione scenica e il grande valore estetico e, a seguire, la miniserie Gesù di Nazareth, dal cast pieno di divi (Robert Powell, Laurence Olivier, Rod Steiger, Christopher Plummer, Claudia Cardinale), dai costi esorbitanti (sostenuti dal Vaticano) e dagi ascolti record: 27 milioni di spettatori in Italia, 2,5 miliardi in tutto il mondo.

Degli anni Ottanta, poi, è il ritorno all’opera lirica e Shakespeare, ma portati al cinema. La Bohème (1982), Pagliacci (1982), Cavalleria Rusticana (1982), La traviata (1983), Otello(1986), fino a quello più tartassato dalla critica: Il giovane Toscanini (1988).

Nel ’93 Zeffirelli prenderà il largo dalla lirica con una sfortunata versione di Storia di una capinera da Verga, per riprendersi con la trasposizione del romanzo di Charlotte Brontë, Jane Eyre, con Charlotte Gainsbourg come protagonista. Si tratterà del suo ultimo successo di pubblico, poiché seguiranno due flop: l’autobiografia Un tè con Mussolini e il biopic Callas Forever con Fanny Ardant e Gabriel Garko del 2002.

È degli anni Novanta anche la sua “discesa in campo” al fianco di Berlusconi: sarà eletto senatore nel 1994 con Forza Italia e poi rieletto nel 1996. Contribuendo in questo senso allo scarso amore nei suoi confronti del mondo gay, verso cui si è espresso apertamente dichiarando di non apprezzare nessun movimento dei diritti lgbt.

Zeffirelli era così, un ostinato bastian contrario: «l’omosessuale non è uno che sculetta e si trucca. È la Grecia, è Roma. È una virilità creativa» diceva.

E la sua di creatività, infatti, l’ha tenuta viva fino all’ultimo, nonostante la malattia. Così che stava lavorando anche ad un Rigoletto che avrebbe dovuto debuttare nel settembre 2020 in Oman, alla Royal Opera House di Muscat.


Gino Santini

redattore

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