Adiós Juan Marsé, artigiano della letteratura innamorato del cinema

È scomparso nella sua Barcellona a 87 anni Juan Marsé, sceneggiatore, attivista, romanziere soprattutto. Rappresentante di  quella generazione segnata dal dolore e dagli strascichi della guerra civile, che ha conosciuto il mondo dalla prospettiva della dittatura franchista e che ad essa si è opposta con fierezza. Grande spazio ha avuto il cinema nella sua vita e tanti i flm dai suoi romanzi. In Italia Wilma Labate ha trasformato per il grande schermo il suo “La ronda del Guinardo“, portandolo tra le vie di Napoli con “Domenica” toccante ritratto di infanzia rubata ..

Lo scrittore Juan Marsé si è spento il 19 luglio a 87 anni, nella sua Barcellona. Sempre nella città catalana era nato nel 1933, con un altro nome, Juan Faneca Roca, prima di essere adottato dalla famiglia Marsé, cognome con cui è diventato famoso.

Sceneggiatore, attivista, romanziere soprattutto, una delle voci immediatamente successiva a quella che in Spagna chiamano “l’età d’argento” della letteratura, seconda solo al secolo d’oro di Cervantes e Calderón. Non parchi di nomi, quel gruppo di romanzieri degli anni ’50 in patria lo si conosce anche come come “i bimbi della guerra”. Una generazione segnata dal dolore e dagli strascichi della guerra civile, che ha conosciuto il mondo dalla prospettiva della dittatura franchista e che ad essa si è opposta con fierezza.

Marsé lasciò gli studi a tredici anni per lavorare come orafo, aveva intuito già che la strada da percorrere era un’altra in realtà, quella della militanza, complice anche la detenzione di suo padre in quanto membro del partito comunista. Iniziò a scrivere in una rivista cinematografica, Arcinema, a cui seguirono poi le pubblicazioni di brevi racconti su altre riviste.

Ad uno dei cinema della sua infanzia, il Roxy di Barcellona, dedicò anche un racconto, poi messo addirittura in musica da Joan Serrat. La sala, per lui e per la sua generazione, ha incarnato l’unica evasione possibile dalla realtà opprimente del franchismo e allo stesso tempo una palestra, “è stato il mio apprendistato nel mestiere di narratore, mi è sempre piaciuto di più lavorare con le immagini che con le idee”, raccontava.

Disseminava questo amore anche di nascosto, come quando in Noticias felices en aviones de papel (“Notizie felici in aerei di carta”) metteva in bocca a un’anziana ballerina polacca una battuta di Walter Brennan in Acque del Sud: «la memoria è un’ape che punge dopo morta». Di cinema scrisse tantissimo, pubblicando a singhiozzo, ma riunendo buona parte dei suoi articoli in una raccolta, Momentos inolvidalbles del cine (“Momenti indimenticabili del cinema”).

Il rapporto con il grande schermo rimarrà prolifico ma mai pienamente apprezzato da lui stesso. Molti dei suoi quindici romanzi trovano sbocco in una sceneggiatura e su tutti sembra abbia avuto qualcosa da ridire. Vicente Aranda, che ha adattato quattro dei suoi libri (tra cui L’amante bilingue con Ornella Muti), raccontava che le critiche di Marsé portarono un amico comune a chiedergli ironicamente: «Juan, ma l’hai letto il tuo libro?».

Anche il suo romanzo fondamentale, Ultime sere con Teresa, la storia di un amore fra una ragazza borghese e un immigrato del sud della Spagna, quelli che un tempo chiamavano charnegos (non lontano dal nostro detestabile “terroni”), ha trovato la via della sala. Nel 1984 divenne un film, diretto da Gonzalo Herralde, sul quale non conosciamo il suo giudizio ma possiamo immaginarlo. In Italia, nel 2001, è stata Wilma Labate a fare di un suo romanzo, La ronda del Guinardo, un film, Domenica, trasferendo la storia di questa piccola orfana provata dalla vita, dalla Spagna franchista alla Napoli contemporanea, ma fuori da ogni cliché.

Oggi forse leggere dei suoi commenti dà un’immagine un po’ burbera di questo grande scrittore, certo non sembra rendere giustizia all’amore per il cinema che invece provava. Da orafo qual è stato, Marsé era un cultore della precisione, della manualità.

Le critiche a quei film, figli anche suoi, almeno in parte, derivavano proprio dall’ammirazione per il cinema sopraffino, curato al millimetro, del quale era profondamente innamorato. Critiche di troppo amore, non solo scusabili, ma a loro modo tenere, di cui sentiremo certamente la mancanza.