Al cuore del genocidio della tribù Osage. Martin Scorse rilegge la brutta storia dell’America bianca
In sala dal 19 ottobre (per 01 Distribution) l’atteso nuovo film di Martin Scorsese, “Killers of the Flower Moon” dedicato ad uno dei capitoli più oscuri del genocidio dei nativi da parte dell’America bianca, quello che a partire dal 1920 ha seminato cadaveri tra le tribù Osage dell’Oklahoma, fino ad allora ricchissimi non solo di petrolio. Un film che ha il respiro e la presa spettacolare di quel cinema del ‘900 che non tornerà più. Passato a Cannes dopo l’uscita al cinema arriverà sulla piattaforma Apple Tv+ …

Non so se Killers of the Flower Moon sia proprio un capolavoro. So che va assaporato come l’ultimo, forse, esemplare di una specie di cinema in via di estinzione. So che il nuovo, monumentale affresco sociale di Martin Scorsese è come il rayon vert di Eric Rohmer, l’estremo raggio verde di un sole che è già tramontato sul mare.
Ha il respiro e la presa spettacolare di quel cinema del ‘900 che non tornerà più, non solo e non tanto per le tre ore e mezzo che impegna. A Cannes è passato fuori concorso perché prodotto, con Paramount, da Apple Tv+, e andrà su piattaforma poco dopo l’uscita in sala, in Italia il 19 ottobre. Nel suo sconvolgente libro-ricerca del 2017 Gli assassini della terra rossa (Corbaccio) il giornalista David Grann ha indagato su uno dei capitoli più oscuri del genocidio dei nativi da parte dell’America bianca, il “Regno del Terrore” che a partire dal 1920 ha seminato cadaveri tra le tribù Osage dell’Oklahoma. Il film si concentra sulla macchinazione omicida che salda la mente (Robert De Niro, nel villain più odioso della sua carriera) e il braccio (Leonardo Di Caprio), ma dà per scontate alcune indispensabili informazioni. Le annoto.

Un po’ di storia
Le terre più inospitali e pietrose dell’Oklahoma sono all’inizio del ‘900 l’ultima tappa dell’esodo, per le tribù Osage cacciate dal Mississippi e dall’attuale Luisiana. Il governo federale cede volentieri (a pagamento) anche i diritti di sfruttamento su “petrolio, gas, carbone e altri minerali” su quel suolo maledetto. La scoperta del petrolio è “un tiro mancino di Dio”. Nel 1923 gli Osage sono il segmento di popolazione mondiale con la più alta ricchezza pro capite. Da Washington si decide che quegli indigeni “incompetenti” vanno assoggettati a pubblici funzionari con discrezionalità assoluta sui loro beni. L’obbligo vale solo per i full blood: gli individui di sangue misto possono amministrarsi in proprio. Beni di lusso, auto, gioielli, aerei privati: arrivano a frotte ladri, truffatori e vagabondi a caccia di matrimoni mercenari. Uomini e donne full blood, i meno protetti sul piano legale, sono i più ambiti. Quando una strana epidemia di morti oscure o violente a 20, 30, 40 anni inizia a seminare lutti tra i nativi, le autorità locali non muovono un dito. Nel 1920 l’FBI, creata nel 1908 da Theodore Roosevelt, è ancora un organismo irrilevante. La svolta avviene con la nomina dello zelante, ambizioso Edgar J. Hoover, nel 1924. La strage silenziosa degli Osage è il suo primo banco di prova.
Il film
I killer dei fiori di luna sono, in lingua Osage, piante selvatiche che crescono a dismisura e tolgono acqua e nutrimento alle timide inflorescenze locali. Le prede umane del vice-sceriffo di Fairfax William K. Hale (De Niro, al suo decimo film con Scorsese) e di suo nipote Ernest Burkhart (Di Caprio, che è solo al sesto) sono altrettanto indifese. Manovrato dallo zio-padrone (The King, gli piace farsi chiamare), il rozzo, spiantato Burkhart, un reduce inabile al lavoro, riesce a sposare Mollie (Lily Gladstone), tanto più saggia e ricca ma “un buon investimento”, perché è di sangue puro e le leggi ereditarie consentiranno di travasare i beni che condivide con le sorelle e la madre nelle tasche dei criminali.
Nella comunità di Gray Horse le sorelle muoiono una ad una, di veleno, pistola, esplosivo, come tutti coloro da cui si può ricavare danaro. A Mollie, la più tosta e fastidiosamente combattiva, il consorte inietterà, per obbedienza al boss e non volentieri, un lento veleno, insieme all’insulina prescritta per il diabete. Mandanti, sicari, esecuzioni anche di bianchi ingombranti, un investigatore privato e un cittadino perbene che ha chiesto l’intervento di Washington: è criminalità organizzata che conta sull’impunità. De Niro e Di Caprio recitano doppiamente, anche nella finzione: gli Osage devono credere gli assassini amici fraterni, filantropi e benefattori.
L’ultima parte, con l’indagine puntigliosa dei federali, il processo e le viltà ripugnanti di Burkhart che finalmente rivelano alla moglie la sua vera natura, è un altro film, un racconto a sé stante. Chi resiste alla durata fluviale potrà godersi Martin Scorsese in persona mentre resoconta le condanne inflitte (ma solo in parte scontate) ai più infami dei macellai, in uno studio radiofonico d’epoca, coi rumoristi di allora.
Per piangere a calde lacrime, c’è il tappeto sonoro di blues che è l’altra metà del cuore di questo signore del cinema. Woodstock e L’ultimo valzer, la serie collettiva di documentari sul Blues e i Dylan preziosi… anche quest’ultimo film è da guardare e ascoltare. Come supervisore ha voluto Robbie Robertson, il vecchio amico di “The Band”, un mito che mi è particolarmente caro e che oggi ha ottant’anni. Thelma Shoonmaker, la sua montatrice di sempre, ne ha ottantatrè. Sì, è una specie irripetibile in via di estinzione.
Teresa Marchesi
Giornalista, critica cinematografica e regista. Ha seguito per 27 anni come Inviato Speciale i grandi eventi di cinema e musica per il Tg3 Rai. Come regista ha diretto due documentari, "Effedià- Sulla mia cattiva strada", su Fabrizio De André, premiato con un Nastro d'Argento speciale e "Pivano Blues", su Fernanda Pivano, presentato in selezione ufficiale alla Mostra di Venezia e premiato come miglior film dalla Giuria del Biografilm Festival.
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