Al grande circo (citazionista) di Mainetti. Un po’ di tutto ma mancano i leoni

Passato in concorso l’atteso “Freaks Out” di Gabriele Mainetti. Tra i Fantastici Quattro e i Bastardi di Tarantino, oltre alle tante (troppe) citazioni, il regista di “Jeeg Robot” non diverte né trova nuovi linguaggi. In uscita il 28 ottobre (per 01)…

Uno comanda gli insetti a proprio piacimento (Pietro Castellitto versione albino). Un altro attira gli oggetti di metallo come una calamita (Giancarlo Martini). La ragazza (Aurora Giovinazzo) è una centrale elettrica ambulante, con qualche complicazione per chi se ne innamora. Poi c’è l’uomo scimmia, una specie di Chewbacca forzutissimo da cui esce la voce di Claudio Santamaria. In un gagliardo romanesco, perché per dare un po’ d’anima ai protagonisti di Freaks Out non si è trovato di meglio che farne dei simpatici popolani. Come molti eroi della fu commedia all’italiana, ma senza per questo ritrovare la loro umanità né, figuriamoci!, un minimo di profondità.

Il primo problema del kolossal di Gabriele Mainetti sta in questa inconsistenza dei personaggi. Simpatici mostri anche un po’ cialtroni che potrebbero essere usciti da un film di Tim Burton se trucco e caratteri fossero meno infantili. Per reggere le loro avventure nell’Italia del 1943 ci volevano figure un po’ più strutturate. Mentre il personaggio di Israel (Giorgio Tirabassi), l’impresario ebreo del Circo Mezza Piotta, così interessante sulla carta ma anche pericolosamente “realistico”, esce di scena quasi subito per non compromettere il tono da fiaba dark.

Così questa versione quirite dei Fantastici Quattro se ne va in giro affrontando episodi storici (il rastrellamento del ghetto) e nazisti da videogame sparatutto. Tranne uno di loro: un altro freak, un pianista tedesco con sei dita per mano che “vede” il futuro e possiede un circo con cui va in cerca di mutanti dai superpoteri per scongiurare l’imminente caduta del Reich (Franz Rogowski, attore molto singolare che qualcuno ricorderà nei film di Christian Petzold).

La cifra dominante è insomma quella di un citazionismo selvaggio e modaiolo. Non per questo mancano i momenti suggestivi: in una delle sue trance il nazista visionario, oltre a una raffica di scene da antologia del cinema, vede un oggetto oggi banale ma potentissimo che forse ha in sé qualcosa di “totalitario”, non diremo di cosa si tratta.  Ed è divertente, volendo stare al gioco, anche l’idea di quella banda di partigiani – come dire – un po’ particolari capitanata dal sempre divertente Max Mazzotta, uno di quegli attori che ci piacerebbe vedere più spesso.

Tutto questo però non fa un film da 140 minuti che dovrebbe rivolgersi a spettatori di tutte le età e magari andrà benissimo in sala, ma non fuga mai un senso di delusione di fondo. È come se il regista di Jeeg Robot, capace di dar vita a personaggi geniali oltre che pop, qui avesse dato fondo solo ai lati più facili (e anonimi) del proprio talento, già esplorati nel lungo epilogo “action” del suo esordio, per un’operazione che però resta azzardata e in fondo provinciale. Quasi che bastasse incrociare gli Avengers e Tarantino per ritrovare la vitalità e l’inventiva del nostro vecchio cinema di genere, oggi sempre più spesso oggetto di una nostalgia che serve solo a non affrontare i veri problemi creativi.

Fonte l’Espresso