Altri punti di vista. E se “Gli spiriti dell’isola” fosse un film fascista?


Il già pluripremiato nuovo film di Martin McDonagh, Gli spiriti dell’isola, si presenta come un’opera acclamata dalla critica e dal pubblico.

Impeccabile dal punto di vista formale, interpretato da ottimi attori (forse non tutti al meglio delle loro possibilità), infarcito di black humor nella migliore tradizione delle dark comedy di cui ormai McDonagh può considerarsi un maestro, riesce a divertire e intrattenere un’audience certamente distante, come quella italiana, da alcuni eventi storici al centro del film.

In una sala mezza piena nella proiezione serale del secondo giorno di programmazione, le risate si sprecavano. Ma quanti tra i presenti in quella sala hanno colto davvero il senso de Gli spiriti dell’isola?

Compiaciuto per la sua intelligenza (probabilmente sia McDonagh che il film stesso), The Banshees of Inisherin (è il titolo originale) vorrebbe essere un’arguta metafora, che però è talmente sottolineata, talmente insistita, evidente e mai emotiva o emozionante, che ben presto da metafora passa a essere solo una fastidiosa allegoria.

Perché Colm (Brendan Gleeson) e Padraic (Colin Farrell) non sono dei veri personaggi. La loro amicizia, che si rompe da un giorno all’altro senza un motivo, è lo specchio della Guerra Civile Irlandese che si svolge, contemporanea alla loro storia, sull’isola più grande, l’Irlanda stessa, di cui Inisherin è un puntino sperso nell’Atlantico.

Due amici fraterni che cominciano a farsi una guerra inspiegabile, una guerra che inizia a parole per poi passare ai fatti, alla violenza, e a cui la comunità assiste senza riuscire a decidere da quale parte stare. Una guerra che fa vittime collaterali.

Una guerra da cui si può fuggire solo emigrando, come fa la sorella di Padraic, che lascia l’isola per andare in una metaforica America, fatta di libri, di cultura (la nostra fuga di cervelli…).

Probabilmente Padraic rappresenta lo Stato Libero Irlandese, che era giunto a un accordo con la Gran Bretagna per l’indipendenza dell’Irlanda, mentre Colm, imbevuto di violenza e tradizione, potrebbe essere l’Irish Republican Army, che noi conosciamo come IRA, che non accettando l’accordo sottoscritto dallo Stato Libero Irlandese aveva di fatto scatenato la guerra civile nel 1922.

C’è poi una parola usata nel film che non era ancora di uso comune all’inizio degli anni ’20. “Depression”. Colm soffre di depressione. Ma perché McDonagh, che nella ricostruzione della lingua e degli accenti è precisissimo per tutto il film, usa una parola che difficilmente un pastore (il primo a usarla è infatti Padraic) di una sperduta isola irlandese poteva conoscere in quegli anni?

Forse perché questa “depression” di cui soffre Colm è un riferimento a un altro tipo di depressione, la Great Famine, la grande carestia irlandese della seconda metà dell’’800, che è stata una delle lontane cause dell’odio e della rivolta contro gli inglesi.

Ecco, questo il gioco di specchi e di rimandi alla base del film. E allora per quale motivo The Banshees of Inisherin può essere letto come un film fascista?

Perché McDonagh non si accontenta di fare un’intelligente metafora, ma pretende anche di dirci cosa dobbiamo pensare di quello che vediamo.
Ci prende per mano e non ci lascia mai liberi di riflettere sul senso di ciò che viene messo in scena.

Con il suo tono “intelligente”, grottesco e sempre sopra le righe, con una recitazione che non aiuta l’impianto tematico, perché Gleeson e Farrell aggiungono grottesco al grottesco (ma qui non siamo in In Bruges cioè in una pura commedia, per quanto dark e dissacrante), McDonagh ci dice sin da subito che la brutalità della guerra è da condannare semplicemente perché la guerra è stupida, stupidi sono i motivi della guerra, stupido è Colm che per fare la guerra si taglia le dita, e davvero stupido è Padraic, cosa che sa tutta l’isola, stupido e noioso.

Ora, forse, McDonagh pensava di fare un film pacifista e non si accorge, invece, che dando un giudizio così lapidario all’interno di una storia che viene recepita dal grande pubblico come di intrattenimento altro non fa che un’operazione di propaganda.

Qualsiasi conflitto, lontano o vicino nel tempo e nello spazio, non va banalizzato, ma andrebbe compreso. Per quanto stupidi e futili siano i motivi alla base di una guerra, bisognerebbe sempre provare a capirne le ragioni, a mettersi nei panni dell’altro, per comprenderne il punto di vista.

Non comprendere il punto di vista di tutte le parti avverse porta solo all’inasprimento dei conflitti, rende impossibile qualsiasi tentativo di riconciliazione, anche ad anni di distanza dai conflitti, trasformando la società in una bomba a orologeria pronta a esplodere per niente.
Ma nel film di McDonagh non esistono veri punti di vista dei due personaggi in guerra. L’unico punto di vista è quello del regista che è lì a indicarci gentilmente quello che dobbiamo pensare: che la guerra è stupida.


Roberto Scarpetti

Sceneggiatore e drammaturgo. Autore dei testi teatrali “Viva l’Italia, le morti di Fausto e Iaio”, “Prima della bomba”, “28 battiti”.