Anche Superman nei cieli d’America diventa politico. Se basta la gentilezza a far infuriare Trump
È davvero il segno dei tempi. Il nuovo “Superman” di James Gunn (nei nostri cinema dal 9 luglio con Warner Bros. Pictures) è gentile e soprattutto molto umano. Come spiega lo stesso regista il film è la storia stessa dell’America con un migrante arrivato chissà da dove che vive nel paese. “Paese che sembra aver perso la gentilezza, la gentilezza umana, che invece è un valore decisivo”. È bastato così poco per mettersi contro le destre trumpiane …

Cercare il “politico” nel Superman di James Gunn, cercarlo in quelle due ore e dieci di film. Dove, a differenza di tutti gli altri che hanno portato il super eroe (dell’universo DC Comics) sugli schermi, qui il regista non si fa affascinare dai combattimenti, dalle scene epiche ma le centellina, quasi alla fine di ogni mini-capitolo.
Seguendo un po’ lo schema narrativo dell’Odissea. Dando più spazio ai dialoghi, ai luoghi ed anche – se vogliamo esser generosi – all’analisi psicologica.
Ricerca del “politico” che dovrebbe esser facilitata dalle parole dello stesso James Gunn. Lui, da tempo ha una rubrica fissa sul Times di Londra e ha anticipato l’uscita del film nelle sale, spiegando che la sua pellicola altro non è che la storia dell’America. Dove c’è un migrante arrivato da chissà dove e che vive in quel paese: “Paese che sembra aver perso la gentilezza, la gentilezza umana, che invece è un valore decisivo”.
Poche parole che sono bastate all’universo MAGA, ai media sostenitori di Trump per definirlo un film “woke, dentro la cultura woke”, che loro combattono a suon di bombardamenti e pogrom anti-migranti. Controreplica, sempre sul Times, del regista: “Ci saranno sempre degli idioti che non sono gentili. Che vadano a quel paese”.
Premessa intrigante, dunque, per la ricerca del “politico” nella pellicola. Pellicola – detto per inciso – che comunque comincia dando molto per scontato: non c’è premessa, non c’è ambientazione. Non c’è storia di migrazione da un altro pianeta. Si parte quando l’uomo di acciaio è già Superman (David Corenswet), conosciuto – e sostenuto – in tutto il mondo.
Quando non è chiamato a combattere il male si traveste nei panni di Clark Kent, giornalista anch’esso affermato. Identità che conosce solo una sua collega, Lois Lane (Rachel Brosnahan ), forse già innamorata, forse no. E c’è anche già Lex Luthor (Nicholas Hoult), ossessionato da Superman. Di più: il film si avvia con una sconfitta del super eroe. Sbattuto nei ghiacci da un potentissimo nuovo robot.
Prima sconfitta che rimanda forse al leit motiv della pellicola. Il racconto – non temano i cultori della saga: racconto comunque vivace, brillante – di un Superman umano, più umano delle altre versioni. Che sembra fare i conti con alcuni degli orrori del mondo attuale: l’odio virale in rete (sì, alimentato dal super cattivo Lex Luthor, che ha allestito un esercito di troll-scimmiette per insultarlo sui social), l’influenza drammaticamente oscillante dell’opinione pubblica. Che lo ama, lo odia, lo riama, seguendo l’input di chi detiene il controllo.
Un brutto mondo, che vive di mainstream, del quale anche lui in qualche modo però è vittima. Anche se per un aspetto marginale: in un colloquio con la collega che ama, svelerà di essere stato un punk e forse di esserlo ancora. Poi, si scoprirà – sempre attraverso le parole di Lois Lane – che in realtà il suo vero riferimento musicale era un orrendo gruppo pop, smielato e banale. Che di punk non aveva nulla.
Superman fa comunque i conti con quel che ha attorno e quindi in qualche modo c’è “politica”. Il suo essere “alieno” – attenzione, comunque: il termine, alieno, in America viene ora usato dai media trumpisti per indicare i migranti clandestini, parola che sembrava abbandonata fino a qualche anno fa, nel film viene trasformata in “meta-umano”-, il suo essere alieno però si diceva non lo porta a rivendicare le sue origini.
Anzi, la novità del racconto di James Gunn sta proprio in quel passaggio, dove Superman scopre – a differenza di quanto ha sempre pensato – che i suoi genitori non l’hanno mandato sulla Terra con obbiettivi umanitari. Al contrario, per sottomettere il pianeta. E lui, in un confronto più di sguardi che di parole col padre adottivo, sceglierà definitivamente la dimensione umana. E rinuncia alla sua storia: lui aiuta ed aiuterà le persone senza retropensieri colonialisti. È un alieno, insomma, ma si è integrato.
E – sta qui la politica? – si è integrato dalla parte giusta: perché combatte la Boravia che vorrebbe invadere lo Jaharpur, con un leader boraviano che sa tanto di Putin e con un popolo – quello del Jaharpur – costretto a soffrire dietro e dentro recinti metallici, che rimandano alle immagini di Gaza. Se poi ci si mette anche che Lex Luthor assomiglia fisicamente al boss di Amazon, Jeff Bezos – il neo sposo a Venezia -, la ricerca sul “politico” nel film può proseguire.
Anche se non si andrebbe molto più in là. Nel film non ci sono altro che due comunità: quella dei bianchi buoni (che vivono nella città dove lavora Clark Kent e o nelle campagne del Mid West, dov’è la casa dei suoi genitori adottivi) e quella dei bianchi cattivi. Un po’ dittatori squilibrati, un po’ tecno-imprenditori con smanie di dominio ed i loro lacchè. E nello scontro vince la “gentilezza”, il vago riferimento ai valori umani.
Resta da dire che se anche questa infarinatura superficiale da fastidio alle destre trumpiane, allora sì, è un film politico. Ma è solo un segno dei tempi.



