Senza Goffredo Fofi siamo tutti orfani. La scomparsa di un militante pedagogico

Cominciato al fianco di un rivoluzionario come Danilo Dolci, il suo percorso umano è sempre stato inscindibile da quello politico e culturale. Goffredo Fofi, scomparso ad 88 anni il 10 luglio, non ha mai cercato di “fare l’intellettuale” ma in ogni suo gesto c’era l’intenzione sincera di contribuire a “cambiare il mondo” e “la vita”. Ad interpretare una profonda vocazione per la “militanza pedagogica” che ha mantenuto fino all’ultimo…

 

Non c’è mai un’età giusta per girare i piedi all’uscio, come vuole un vecchio eufemismo, ma ottantotto anni sono comunque una bella età. Tanti ne aveva messi in fila Goffredo Fofi che ci ha lasciato. Troppo spesso, in queste occasioni la retorica del santino spinge a sbrodolare con termini celebrativi oltre ogni limite sopportabile.

Lo fa, lo ha fatto anche chi ha sempre guardato a lui come ad un estremista le cui prese di posizione parevano rissose bizzarrie, provocazioni da liquidare con un sorrisetto di compatimento.

Del resto a Fofi piaceva litigare, come raccontava lui stesso nel bel documentario che gli ha dedicato Felice Pesoli col titolo Suole di vento – Storie di Goffredo Fofi (prod. Avventurosa e Rai Cinema) passato al Torino FilmFest nel 2022.

Nei molti coccodrilli più o meno convintamente addolorati si elencano gli innegabili meriti, soprattutto per aver dato vita a riviste fondamentali di elaborazione politica e culturale. I Quaderni piacentini, Ombre rosse, Linea d’ombra, La terra vista dalla luna, Lo straniero e Gli asini sono un lascito fondamentale.
 Ma anche la moltitudine di libri scritti in prima persona o collettanee alle quali ha contribuito.

Tuttavia nella miriade di titoli a firma di Goffredo Fofi, andrebbero sfilati dallo scaffale due libri, su tutti: quello che fin dal titolo autoironico, rubato ad una canzone burlesca di Nino Taranto, Son nato scemo e morirò cretino. Scritti 1956-2021 (curato da Emiliano Morreale. Ed. Minimum fax – 2022) e Pasqua di maggio. Diario di un pessimista (ed. Marietti 1820 – 1988). Libri propedeutici che restituiscono il percorso umano, la parte più rilevante ed esplicativa dell’unicità di Fofi.

Un percorso che è sempre stato inscindibile da quello politico e culturale. A questa coerente indissolubilità è da ascrivere il fin troppo abusato refrain di intellettuale “scomodo” col quale lo hanno definito i più, soprattutto quelli più accomodanti. Probabilmente anche tra queste righe è inevitabile che scappi qualche termine che si potrebbe ascrivere alla retorica, trattasi però di sincero affetto e ammirazione, lo si perdoni in anticipo.

Ad ogni modo, uno di questi termini, forse quello che riassume il sentimento di quanti, nella generazione che ha vissuto il clima politico e culturale degli anni ‘60 e ‘70, e che seguivano le considerazioni di Fofi su ogni argomento sul quale si concentrava, tante volte in accordo, altrettante in disaccordo, è orfani.

Orfani di un suo sapere, di un suo metodo di lettura delle cose, ma anche e soprattutto di un suo peculiare modo di essere al mondo e per il mondo, al quale si dovrebbe guardare tentando di apprendere qualcosa che sarebbe di così vitale utilità in questi tempi pessimi: la solidità di principi etici.

Per capirci, Fofi non ha mai cercato di “fare l’intellettuale”, atteggiamento in gran voga ora come allora, ma in ogni suo gesto c’era l’intenzione sincera di contribuire a “cambiare il mondo” e “la vita”. Un impegno costante, agito con la medesima convinzione per tutta la vita, ad interpretare una profonda vocazione per la “militanza pedagogica”, ricercando le occasioni che sembravano più degne per capire, imparare, fare.

Di certo una tale solidità di principi non può che essere praticata da chi preferisce essere scomodo (soprattutto a se stesso) alle scorciatoie dell’amichettismo, delle parrocchiette e del galleggiamento come il sughero tra le onde.

Fin dal 1956 era stato in Sicilia con Danilo Dolci (nelle foto) e oltre all’esperienza umana ne aveva ricavato un foglio di via “per aver insegnato senza percepire stipendio”(!). Da quei giorni deriva la consapevolezza che il rigore morale e l’impegno in prima persona sono condizioni indispensabili dell’esistenza.

Una bella costante affermazione di fede, per lui agnostico (ateo?). Da “militante pedagogico”, aveva impartito un’ultima lezione rifiutando il sostegno economico previsto dalla Legge Bacchelli, scegliendo di vivere – modestamente, ça va sans dire – fino all’ultimo del proprio lavoro, come ha ricordato Marco Bellocchio a chiusura di un breve e affettuoso ricordo.
Ecco perché oggi, senza l’Uomo Goffredo Fofi, non possiamo non dirci orfani.


Gino Delledonne

Gino Delledonne
Architetto e docente universitario a contratto. Ha collaborato alle pagine culturali di vari giornali tra i quali "Diario" e "Archivio". Devoto del gruppo garage punk degli Oblivians.


© BOOKCIAK MAGAZINE / Tutti i diritti riservati

Testata giornalistica registrata al Tribunale di Roma n. 17/2015 del 2/2/2015
Editore Associazione culturale Calipso C.F.: 97600150581