Una vita da rompiscatole militante. Il ritratto (autorizzato) di Goffredo Fofi è on demand
Disponibile su CG Digital e sulle principali piattaforme On Demand (Prime Video Store, Apple Tv, iTunes, Chili, Google Play e Rakuten) “Suole di vento – Storie di Goffredo Fofi” doc di Felice Pesoli in cui il grande critico militante (che non ama gli intellettuali) si racconta nel suo vagabondaggio esistenziale, culturale e politico attraverso la sua proverbiale vis polemica e un filo costante di ironia a condire aneddoti spassosi. Ma il suo non è un ripercorrere la propria opera bensì è la sua opera ad essere il prodotto del pensiero di un’epoca lunga almeno cinquant’anni. Passato fuori concorso al TorinoFilmFest 2020 …

“Quello che mi scandalizza degli intellettuali italiani, giovani, vecchi e di mezza età è che sono ignoranti come bestie … e che non hanno mai letto le mie riviste.” Goffredo Fofi apre così il documentario di Felice Pesoli, Suole di vento – Storie di Goffredo Fofi, per la produzione di Avventurosa e Rai Cinema, passato al Torino FilmFest.
Le riviste a cui fa riferimento, sorridendo quasi a voler addolcire quella sassata, si chiamano Quaderni piacentini, Ombre rosse e Linea d’ombra, per citarne solo alcune e mettere così le cose in chiaro. Le riviste tra le più importanti nel panorama culturale per un trentennio italiano.
È un bel documentario, quello di Pesoli (già autore di, Prima che la vita cambi noi sugli anni del beat, hippie e freak italiani), durante il quale si snoda la vicenda personale, politica e culturale di Fofi narrata da lui medesimo senza autocelebrazioni o piacionerie ma con tutta la vis polemica che lo contraddistingue, per non dire delle inimicizie che si è andato a cercare, dai primi anni ’60 ad oggi.
Un intellettuale “impegnato”, termine che designava un tempo la militanza in attività permanente. Un impegno instancabile, una missione, come lo è stato per molti tra gli anni ‘60 e ‘70 e per molti lo è ancora, come sicuramente lo è per Goffredo Fofi, formato dal lungo lavoro in Sicilia con Danilo Dolci, partecipando ad organizzare gli scioperi a rovescio “perché chi ha il lavoro sciopera smettendo di lavorare ma un disoccupato non può che lavorare: sistemare un tratto di strada o una scuola…”. Per questo fioccarono a Dolci, il Gandhi italiano, denunce per i più surreali motivi. Persino lo sciopero della fame venne interrotto con la motivazione che “un digiuno pubblico è illegale”.
Queste esperienze portano Fofi alla consapevolezza, grazie all’esempio di Danilo Dolci e Aldo Capitini, che il rigore morale e l’impegno in prima persona sono condizioni indispensabili dell’esistenza. Rigore evidente nel suo lavoro e che ci arriva dritto dal documentario, non senza un filo costante di ironia e aneddoti spassosi, come l’esilarante racconto del surreale(!) incontro a Parigi con Buñuel.
Questi gli ingredienti di una formazione militante, non nel senso partitico o sbrigativamente ideologico del termine, e fatalmente autolesionista, che poi è il prezzo inevitabile che pagano i non allineati. Come nel momento in cui dice “gli intellettuali del Pci erano dei rompipalle con tutti quei… la cultura siamo noi … la cultura siamo noi”. E infatti molti sostengono che il critico cinematografico extraparlamentare de La terrazza di Ettore Scola (1980) non sia altro che uno sberleffo a Fofi. “Questo film non può piacermi, è piaciuto a troppa gente” sentenzia Tizzo (Stefano Satta Flores) all’uscita dalla proiezione. Scola, intellettuale organico al Pci, fu anche ministro ombra per le arti cinematografiche, quindi è più che plausibile la frecciata al critico.
Ma Fofi incurante e fedele alle proprie idee ne ha un po’ per tutti quelli con cui “è stato bello litigare”. I dissidi con Pasolini, le dispute tra Positif, dove lui scriveva, e quelli di Cahiers du cinéma (“Loro erano per l’autore, noi per l’opera… Loro erano di destra, noi di sinistra”). Carichi da undici e tanti altri ancora, calati in 81 minuti da un anziano combattente. Ma il suo non è un ripercorrere la propria opera bensì è la sua opera ad essere il prodotto del pensiero di un’epoca lunga almeno cinquant’anni.
A ben guardare, Fofi ha cominciato a 18 anni, con Danilo Dolci, una vita da pedagogo ed è quello che ha continuato a fare, coi suoi scritti sul cinema e la letteratura. Tra l’altro, in questi giorni è stato ristampato il suo saggio degli anni ‘80 Il secolo dei giovani e il mito di James Dean (La nave di Teseo). Per il lancio del libro è uscita una bella intervista di Paola Zanuttini per il Venerdì di Repubblica dove, fedele a se stesso e alla vocazione pedagogica, sollecita ancora le giovani generazioni con quattro comandamenti: “Resistere, Studiare, Fare rete (non nel senso di internet), rompere le scatole”.
Gino Delledonne
Gino Delledonne
Architetto e docente universitario a contratto. Ha collaborato alle pagine culturali di vari giornali tra i quali "Diario" e "Archivio". Devoto del gruppo garage punk degli Oblivians.
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