Antigone, Elettra e le altre. Tutte donne del Sud contro

In libreria “Donne del Sud” della drammaturga e regista Maria Pia Daniele che, tra cronaca e mito, mette insieme tre testi di teatro civile, già sulle scene italiane e straniere. La storia vera di Rita Atria, vittima di mafia,  quella di Maria che tenta l’emancipazione dal mondo di vendette della famiglia calabrese ed è già una sceneggiatura. Terza, la vita di una figlia del Sud trapiantata in settentrione, di fronte ad una “cattiva madre” e che segnerà il debutto di Maria Pia Daniele alla regia cinematografica…

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Nel piccolo cimitero di Partanna, 11mila abitanti tra il Belice e il mare, la sua lapide è stata per quasi dieci anni senza nome e senza volto. Era stata sua madre Giovanna a prenderla a bastonate, a negare a quella figlia rinnegata il diritto all’identità e al rispetto e s’è dovuto aspettare che anche Giovanna morisse per avere una tomba che portasse il suo nome.

D’altronde lei, Rita Atria, a soli 17 anni, un padre boss all’antica e un fratello già uccisi dalla mafia, aveva deciso di collaborare: si era confidata con Paolo Borsellino, indicando nomi e modi e la rinuncia alla vendetta in nome della legalità.

Le donne del Sud sono così: passionali, testarde, assolute. Figlie di terre arse e generose, dilaniate dal male, inseminate di storia e di bellezza. Eroine tragiche, mogli, madri, sorelle, perni di famiglie deragliate di cui sono ora testimoni mute e consenzienti, allevatrici di maschi educati al patriarcato e al crimine, ora combattenti fiere, spesso costrette alla fuga e all’annientamento. Sono loro le protagoniste della Trilogia Donne del Sud della drammaturga e regista Maria Pia Daniele che la casa editrice la Mongolfiera ha appena pubblicato nella sua collana di teatro.

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Tre i testi raccolti nel volume, tutti imperniati sul tema che lega il femminile al contesto complicato e spesso disfunzionale del nostro Mezzogiorno, scritti tra il 1987 e il 1993. Un Sud che riverbera nel sud del mondo in altri due drammi di Daniele, Regine 416 bis, sulle donne camorriste sovrane della stabilità del delinquente, e Portalesudeuropa, dedicato a Ilaria Alpi e Maria Grazia Cutuli, storia di una giornalista perseguitata dagli integralisti di Algeria che non smette di voler lottare per il grande cambiamento.

Sono ritratti forti, spesso impietosi, dove non c’è spazio per il pietismo o l’accusa, ma solo per la necessità di comprendere, rivelare e comunicare, scegliendo l’arte antica del teatro che meglio di altri linguaggio può raccontare la complessità e l’arcaicità di queste protagoniste.

Quando, all’indomani di quella rivoluzione implosa e fallita che fu Mani Pulite, Daniele pubblicò e mise in scena la vicenda di Rita Atria, Il mio giudice (nelle foto), pluripremiato e tuttora molto rappresentato, oltre che in Italia, anche in Germania, in Russia e negli Usa, contribuì non poco alla nascita di una nuova ondata di teatro civile.

Erano gli anni dell’oratoria civile del Vajont di Marco Paolini e di tanto teatro che tornava ad occuparsi – e a denunciare – disagio, carcere, handicap e, inevitabilmente, il Sud, da Pippo Delbono al Teatro della Fortezza di Volterra, da Ascanio Celestini ai Candoco Company o gli Oiseau Mouche.

Il teatro dell’impegno implica uno sguardo oggettivo, una conoscenza radicata, un registro di linguaggi ricco, un coraggio mai retorico. Le denunce e la scrittura di Maria Pia Daniele e dei suoi spettacoli, di cui è stata anche regista, contemplano ognuno di questi requisiti e a testimoniarlo stanno non solo i molti premi che ognuno dei testi ha ricevuto negli anni (del Festival del Teatro Italiano, premio Ugo Betti, premio Rai-Unesco Microfono di cristallo, oltre a numerose “nomination”) ma anche l’interesse del piccolo e del grande schermo.

Una sceneggiatura sostenuta dall’Istituto Luce è ora Faide (Kissaros, edera nel dialetto calabrese-grecanico) per esempio, il primo dei testi della raccolta, la storia di due famiglie della Locride “costrette” a distruggersi reciprocamente da secoli di vendette trasversali codificate a cui non sfuggono neppure gli ultimi figli, la giovane Maria che tenta di emanciparsi all’interno delle mura chiuse del paesino calabrese che la imprigiona, e Michele, che al paese torna dopo una vita al Nord, sradicato e impotente di fronte alle sorelle-Elettra del suo clan.

La stessa Maria Pia Daniele, autrice anche del corto Napoli 24 aprile Forcella, un viaggio a telecamere accese per le strade e i vicoli del “cuore pulsante” della sua Napoli, ha scritto la sceneggiatura di Cattive madri, che ha avuto una lettera di interesse da parte della Film Commission, e segnerà il suo debutto alla regia cinematografica.

È un tono più grottesco quello che contraddistingue questo testo, ambientato nel Nord dove una donna del Sud si è inurbata, estraniando la figlia Ivana dalla sua vita per intessere attorno al figlio maschio Guido una tela amorosa e asfissiante, dispotica e allucinatamente letale, che non esita a far appello a tutto il prontuario rituale degli scongiuri e dei sortilegi, mutuato dai retaggi della sua cultura contadina e popolare.

E se abbiamo una sorta di Elettra tripartita e un novello Oreste in Faide, un’eco di figure come Medea in Cattive madri, il modello alto della tragedia greca è esplicito nel testo dedicato a Rita Atria, Il mio giudice, sostenuto e patrocinato anche da Don Ciotti e Libera nei numerosi allestimenti portati in scena.

Non possiamo non pensare ad Antigone, leggendo o ascoltando questo omaggio in versi sciolti alla giovane Rita che sfida le leggi ingiuste dei padri. Non possiamo non patire con lei, che amava quel giudice come un padre a cui aveva affidato la speranza di una vita diversa, chiara e libera. Non possiamo non provare indignazione quando la vediamo nell’ultima scena, indotta a togliersi la vita come in realtà ella fece, il 26 luglio 1992, una settimana dopo la strage che uccise il “suo” giudice.

E se nei testi di Daniele la catarsi sembra sempre impossibile, se persino il Coro di donne di questa tragedia contemporanea è colluso, nega la verità e schiaccia Rita e noi pubblico all’immobilità, se ogni riappacificazione e ogni futuro sembrano affondati per sempre nel fango di una Storia di vinti che si credono padroni, nell’alba livida dell’era Trump non resta che appellarsi alle parole ultime che la drammaturga affida a Rita, pochi minuti prima del suo darsi la morte: “So che il mondo prima o poi prende coraggio”.