La “lettera” di Mankiewicz contro l’America perbenista

Dal 13 febbraio Lab80 film riporta in sala il magnifico classico di Mankiewicz del ’49: “Lettera a tre mogli” dal romanzo di John Klempner, adattato dal regista insieme a Vera Caspary. Una storia al femminile in cui il “giochino sadico” di una donna scava tra le contraddizioni e le ipocrisie dell’America perbenista del dopoguerra…

Title: LETTER TO THREE WIVES, A ¥ Pers: SOTHERN, ANN / DARNELL, LINDA / CRAIN, JEANNE ¥ Year: 1949 ¥ Dir: MANKIEWICZ, JOSEPH L. ¥ Ref: LET024AI ¥ Credit: [ 20TH CENTURY FOX / THE KOBAL COLLECTION ]

Ci arriva, restaurato e in versione digitale, direttamente dal 1949 il film di Joseph L. Mankiewicz, Lettera a tre mogli, adattamento del romanzo di John Klempner (titolo italiano, Una lettera per cinque mogli) e ora parte del progetto “Happy Returns!” di Lab 80 film, dedicato alla distribuzione dei classici del cinema.

Ed è veramente un felice “bentornato” quello che diamo ad un film che valse, all’epoca, l’Oscar come regista e sceneggiatore a Mankiewicz, opera in grado di mostrare ancora oggi freschezza e mano ferma soprattutto nella capacità di “lavorare” sugli “stereotipi” in modo attento e rivelatorio.

La storia appare all’inizio del tutto “innocua”; sarà perché si dipana in una città della grande provincia americana, assopita, annoiata (una “roba” alla Pleasantville, 1998, Gary Ross, per chi lo ricorda…), immutabile anche se solo a mezz’ora di treno dalla grande città.

Qui niente, ma proprio niente, lascerebbe trasparire la presenza di “angosce” e nemmeno “crepe”… eppure lo scavo che, sagacemente ne trae Mankiewicz, squarcia il velo consuetudinario di famiglie rinserrate dentro le loro belle casette a schiera, con l’erba del prato rasata con cura ma che, contro ogni previsione e ragionevole “considerazione sociale”, si trovano improvvisamente alle prese “ora” con tutte le sconvolgenti “novità” della vita “contemporanea”; soprattutto quelle che riguardano i mutati ruoli di genere.

Quattro amiche “upper middle class” devono partire per passare un giorno in campagna: un giorno di festa, con i bambini e senza mariti. Una giornata dedicata alla gita in battello, ai panini, ai giochi dei bimbi, alle chiacchiere tra loro. Una delle quattro però, ed è l’innesco di tutto, ovvero l’ “esemplare”, adorabile, invidiata, realizzata Addie Ross (che non vediamo mai in tutto il corso del film), quanto meno stimata (dai loro mariti) ed odiata in fin dei conti dalle altre tre (Jeanne Crain, Linda Darnell ed Ann Sothern) non si presenta all’imbarco.

Fa arrivare al suo posto una “letterina” nella quale annuncia loro di essere tornata in città perché il paesino le va stretto, ma di essersi portata via con se un “piccolo souvenir”: il marito di una delle tre. Senza rivelare quale. Solo uno scherzo? Chissà? Mentre il battello lascia gli ormeggi, nonostante il contegno che ognuna cerca di darsi, tutte hanno però improvvisamente buoni motivi per pensare che Addie Ross si riferisca, e a ragione, giusto al proprio marito.

Rimuginano sulle loro vite coniugali che hanno voluto “perfette”, che hanno brigato per mostrare come tali alla comunità cittadina, e lo fanno in lunghi, susseguenti flashback. Sembra una sorta di viaggio “dietro le quinte”, in pieghe mai mostrate, mai ammesse, del tutto rimosse, dense di insospettabili fragilità; un viaggio nel quale vediamo che la perfezione delle loro vite familiari è stata edificata su terreni incerti, paludosi, e pertanto rischia di affondare a vantaggio di “una” di loro, ma diversa da loro – la “perfida” Addie – una donna del tutto “indipendente”, che coltiva ambizioni ben diverse dalle loro e forse per questo invidiata in fondo dalle amiche costrette nel ruolo delle mogli felici.

Ognuno dei mariti, devoti all’apparenza, ha avuto passioncelle adolescenziali, o subito attrazione (tutto confessato, del resto) nei confronti Addie Ross: la cosa ora assume contorni diversi e rinfocola i sospetti delle tre amiche. Le convenzioni le inducono al riserbo. Forse, chissà, manterrebbero la condotta anche davanti alla verità rivelata. Cosa che avverrà infatti al ritorno a casa, a fine gita, quando una di loro non trovasse più a casa il proprio marito?

Veniamo ora a loro, ai mariti, decisamente in ruoli vicari in un film al “femminile”. Sono presentati, si direbbe, in “ordine inverso d’interesse”: l’evanescente, appariscente Jeffrey Lynn, della buona società del posto, l’insegnante Kirk Douglas tutto preso dalla sua furia pedagogica, infine il proprietario di supermercati, il decisamente privo di fascino Paul Douglas, crudo, senza fronzoli e alla fine quello che insospettabilmente appare come più “complesso” ed emblematico.

Il “giochino” sadico di Addie Ross non riesce; la sua “letterina” colpisce tutte ma non affonda nessuna. Uno dei mariti aveva sì deciso di scappare con lei, ma poi ha cambiato idea, scegliendo Pleasentville, scegliendo la moglie, scegliendo la provincia, con la consapevolezza, in cui crede fermamente, che il futuro, qualunque esso sia, prima o poi potrà passare anche da lì.

“Un uomo può anche cambiare idea, non credi?”, rivela l “adultero” con sconcertante e vera semplicità alla donna che pensava di essere stata quella tradita. Non è toccato dunque a lei, bensì all’amica. Si ricompone così in un solo istante un universo, destinato comunque ad esplodere.

Tutto viene perdonato (soprattutto dalla moglie del fedifrago), vastamente, generosamente, in nome della sincerità. In nome della verità, quindi, si gira pagina. La profonda provincia americana ha i suoi modi, i suoi tempi, ma sa soprattutto distinguere tra “scappatelle” e “passioni”. Vuole (è costretta a) farlo, proprio perché vuole mantenersi serena, inscalfibile, ammirata, contenuta, baluardo della tradizione anche se un “tantinello” progressiva: la cassaforte dei più autentici “valori” americani; e la “famiglia” tra questi.

Il film di Mankiewicz oltreché quello di una introspezione efficace dei personaggi, ha dunque anche il valore di sorta di saggio “sociale”. Quella “certa” America viene a galla, infilzata come resta nelle sequenze della sua sceneggiatura: nuda, nelle sue “piccole”, aleatorie certezze (c’è sempre una Addie Ross in agguato, con nuovi tranelli…). Un poco romantica, un poco patetica, un poco fuori del tempo, decisamente patriottica, schiava del ritratto che sociologi, scrittori (ed anche registi) ne hanno dato nel tempo, serenamente a passeggio in una delle tante Main Street…

Una menzione a parte per Thelma Ritter, caratterista fantastica del cinema americano, qui strepitosa e salace cameriera ma che tutti ricorderanno soprattutto come l’infermiera “impicciona” di James Stewart ne La finestra sul cortile.