“Burning”, piccoli fuochi per giovani amanti. Murakami in salsa coreana (on demand)

Disponibile (a noleggio e in download digitale) sulla piattaforma www.cgdigital.it “Burning – L’amore brucia” di Lee Chang-dong, tra i maggiori cineasti sudcoreani. Il regista adatta il racconto “Granai incendiati” di Murakami trasportandolo dal Giappone alla Corea del Sud: un giovane fattorino si innamora di una ragazza, che però preferisce un coetaneo più facoltoso… Cenni di lotta di classe e incendi dell’anima, in un triangolo che viene gradualmente avvolto dalle fiamme con una prova di cinema superlativo. Passato in concorso a Cannes 2019, uscito in sala con Tucker Film …

 

 

Lee Chang-dong, non da oggi, è uno dei maggiori cineasti sudcoreani. Per lui parla la sua filmografia: in Occidente lo impose Oasis del 2002, rivelazione veneziana di quell’anno, ipotesi d’amore tra un ex galeotto e una ragazza affetta da paralisi cerebrale, con squarci onirici di “normalità” che risarcivano la giovane proprio attraverso il cinema. Poi, nel corso del tempo, Lee si è ripetuto con Secret Sunshine e Poetry, ha fatto il produttore, è stato riscoperto a ritroso nei primi e invisibili titoli, come Green Fish e Peppermint Candy.

Nella genesi di Burning, dal 19 settembre in sala grazie a Tucker Film con sottotitolo pleonastico (L’amore brucia), Lee Chang-dong si è ispirato al racconto breve di Haruki Murakami dal titolo Granai incendiati (contenuto in L’elefante scomparso e altri racconti, Einaudi), spostandolo dal Giappone alla Corea del Sud.

Qui Jongsu è un giovane fattorino con aspirazioni letterarie, finora inevase, che nell’incipit incontra Haemi proprio mentre fa una consegna. I due iniziano a vedersi e conoscersi, ma la ragazza sta partendo per l’Africa: gli chiederà di occuparsi del suo gatto. Proprio quando lui accarezza la possibilità sentimentale al ritorno, invece, Haemi si presenta accompagnata da Ben, un uomo facoltoso che ha incontrato in viaggio…

È la storia di un triangolo, Burning. Ma non solo. Oltre al dispositivo dell’intreccio, Lee torna a rimestare nei rapporti umani sondando le loro forme più ambigue e deviate; come la protagonista di Poetry, che proteggeva – in modo struggente – il nipote colpevole di violenza carnale per evitare la denuncia.

Stavolta Jongsu vede la possibilità di una donna, ma non riesce ad afferrarla; agli occhi della giovane il rivale è meno timido, più affascinante e facoltoso. L’impossibilità di arrivare all’oggetto del desiderio inizia gradualmente ad accendere il fuoco: intanto Ben brucia granai, così, senza motivo, e il granaio incendiato è anche correlativo oggettivo di Jongsu che viene gradualmente avvolto dalle fiamme.

Il cineasta, nei 148 minuti del racconto, percorre molti nodi complessi. L’ingenuità della giovane Haemi, che sembra preferire (legittimamente) un uomo all’altro; la pienezza di Jongsu davanti alla “scoperta” di una partner, salvo inciampare nell’amarezza della sconfitta, nel dolore di rilevare una distanza; la nuova lotta di classe nella Corea oggi, in cui ancora una volta si scava il divario tra ricchi e poveri e questo segna perfino la sfera privata; la modernità problematica di un Paese segnato, appunto, da tante divisioni; l’enigma sulla vera natura di Ben. Chi è veramente? Il racconto – e il protagonista – si interroga sulla sua essenza e qui Lee frequenta il noir, costruendo una variazione sul tema dell’uomo misterioso, indecifrabile, la cui verità è soltanto suggerita da segni e sospetti.

Ma il cinema di Lee è anche (soprattutto) il suo modo di girare. L’autore porta il nostro sguardo in giro per il racconto, ora congelandolo e ora rendendolo sincopato, alternando momenti strategici ad esplosioni di sentimento; ecco che il sentire interiore delle figure si stratifica per poi uscire con forza, ecco che il represso si agita sotto la superficie e all’improvviso deborda. Al culmine di questo processo, col ballo erotico di Haemi al tramonto, Lee consegna un pezzo di cinema memorabile che si dispiega in un vertiginoso piano sequenza. Lì le pulsioni dei tre poli sono intimamente intrecciate e la loro vera sostanza si fa indecidibile. Siamo già al preludio delle fiamme.

Abbiamo appena visto, al Festival di Venezia, un’altra piromane: Ema di Pablo Larraìn, una giovane che – senza spiegazione esplicita – dà fuoco alle cose. Come un semaforo. Ancora una volta, qui, il “mistero” del fuoco diviene simbolo della pulsione irresistibile di bruciare, in un gesto esteriore che si fa intimo e segnala una condizione dell’anima. Si brucia fuori e dentro: così anche Jangsu, alla fine di Burning, appicca il suo incendio.