C’è un film da Oscar tra le macerie di Gaza. Proiezione speciale di “Palestine 36”, il nuovo miracolo del GIFW
Proiezione speciale di “Palestine 36”, il film di Annemarie Jacir candidato all’Oscar per la Palestina. È successo lo scorso 22 dicembre nella Striscia, altro ennesimo miracolo compiuto dal Gaza International Festival for Women’s Cinema. Una occasione per condividere con la popolazione riflessioni ed emozioni, attraverso una pellicola che usa la storia per capire il presente e immaginare il futuro, facendo coincidere estetica ed etica, cultura e resistenza …

Lo scorso 22 dicembre 2025, a Gaza, realizzando l’ennesimo piccolo miracolo, il Gaza International Festival for Women’s Cinema, con il suo presidente Ezzaldeen Shalh (nella foto in copertina), ha organizzato la prima proiezione del film Palestine 36 di Annemarie Jacir in territorio palestinese. In una città insanguinata dal genocidio, la serata è stata un evento non soltanto cinematografico, in cui le persone si sono riunite per condividere emozioni, ricordi e parole, ritrovando, anche solo per qualche ora, il senso di essere comunità.
L’iniziativa si è inserita nel lavoro che il Festival porta avanti per tenere vivo il cinema a Gaza e permettere alla popolazione di accedere a opere di grande valore anche in una situazione estrema.
Dopo la proiezione si è svolto un incontro pubblico con la regista e gli attori palestinesi, arabi e internazionali collegati online. Un’assemblea cinematografica capace di superare distanze fisiche e blocchi militari, e di tenere insieme presenza e relazione.
Questa première a Gaza è avvenuta mentre il film entrava in un passaggio decisivo del suo percorso, con la selezione agli Oscar. Ma l’aspetto centrale non è stato il prestigio o la visibilità, ma il significato simbolico e politico. Un film ambientato nel 1936 è stato mostrato a Gaza nel 2025 non come “storia lontana”, ma come un dispositivo per comprendere il presente e ciò che sta accadendo oggi, il modo in cui il colonialismo continua a riemergere nel tempo presente.
Ambientato a Gerusalemme nel 1936, durante la rivolta contro il dominio britannico e l’avanzare degli insediamenti ebraici, Palestine 36 segue Yusuf, un giovane palestinese chiamato ad affrontare scelte decisive per sé, per la sua famiglia e per il suo popolo, mentre intorno a lui cambiano i rapporti di potere, la politica e il destino della regione. La storia è parte viva del racconto. Il film mostra il punto in cui l’esperienza individuale e il grande conflitto politico si intrecciano, dando origine a tensioni che ancora oggi insanguinano la Palestina.
Nel dialogo con il pubblico, il professor Jerome Hammadi, che ha condotto il dibattito, ha sottolineato il lavoro di ricomposizione svolto da Annemarie Jacir: “La Palestina sta creando il cinema”, ha detto, indicando la necessità di produrre immagini e racconti propri, invece di subire narrazioni costruite altrove. E quando ha parlato di un’opera che “ha ricucito ciò che avevano diviso”, ha nominato la potenza del cinema di riunire ciò che colonialismo e sionismo hanno separato: le memorie, l’identità, i legami, la storia.
Annemarie Jacir ha ribadito che il film nasce dal bisogno dei palestinesi di raccontarsi con la propria voce. Quando afferma che “devono esistere film dal nostro punto di vista”, chiarisce che non conta soltanto che cosa si racconta, ma chi lo racconta e da quale posizione: lo sguardo è ciò che dà sostanza politica all’immagine. Palestine 36 è stato il risultato di uno sforzo collettivo, reso possibile da una vasta rete di fiducia e partecipazione. “Non esistono confini per i sogni”, ha detto Annemarie Jacir, rivendicando la libertà dell’immaginazione anche dentro una realtà fatta di assedio e di limitazioni di ogni tipo. E quando ha aggiunto “abbiamo fatto il film come persone libere”, ha indicato una scelta precisa: raccontare senza censura e senza paura, con piena dignità.
Come ha osservato il regista palestinese Mohammad Salhi, Il pensiero di Frantz Fanon, sebbene indirettamente, è presente nel modo in cui il film tratta il corpo palestinese, come spazio in cui si intersecano repressione, memoria e resistenza. Fanon sostiene che il colonialismo non si accontenta di controllare la terra, ma cerca di rimodellare il corpo colonizzato, il modo in cui viene visto, si muove e come viene compreso. In Palestine 36, il corpo palestinese è presente nei suoi dettagli quotidiani, nella sua fatica, nella sua paura e nella sua silenziosa perseveranza. La resistenza nel film si manifesta a volte in uno sguardo, o nel silenzio, o nel continuare della vita nonostante tutto. E questo è proprio ciò che la rende una resistenza essenzialmente fanoniana: un tentativo di reclamare il sé dalla logica della cancellazione.
Il produttore Ossama Bawardi ha raccontato quanto lungo e complesso sia stato questo percorso. “Ogni film è una specie di miracolo”, ha detto, sottolineando la difficoltà estrema di portare a termine un progetto simile nelle condizioni dell’assedio. E quando afferma “questa è la nostra storia, e dobbiamo scrivere la nostra storia”, mette a fuoco un punto decisivo: la memoria non può essere delegata, né consegnata a chi la trasforma in stereotipo o cancellazione.
La celebre attrice palestinese Hiam Abbass ha posto al centro la dignità: “Bisogna restare in piedi, a testa alta”. Per lei il lavoro del cinema è continuità della memoria: “continuare a raccontare le nostre storie”. Alla domanda sul perché il suo personaggio non fugga, Abbass ha risposto: “fa parte della lotta”, richiamando poi il tema dell’eredità: “abbiamo ereditato la terra… ed è nostro dovere”. In questo senso il cinema diventa un’espressione della lotta.
Anche Karim Daoud, interprete di Yusuf, condivide lo stesso pensiero. Rivolgendosi direttamente alla gente di Gaza, ha ricordato che il film era stato girato prima della guerra, senza poter immaginare il significato che avrebbe assunto oggi. Un’esperienza che gli ha permesso di conoscere davvero la propria storia e, insieme, di riflettere la realtà vissuta da tutto il popolo palestinese.
Anche l’attrice Yasmine Al-Masri ha insistito sull’impatto identitario del film, descrivendo l’esperienza come un percorso di conoscenza personale: “questo film mi ha fatto conoscere la mia identità”. Ha sottolineato come l’opera non riduca il palestinese a una figura unica o semplificata: “non ha mostrato il palestinese solo come vittima”, ma come un soggetto anche “capace di sbagliare”, restituendone l’umanità complessa e contraddittoria. E il collegamento con l’attore irlandese Liam Cunningham ha aggiunto un livello ulteriore: la solidarietà come riconoscimento storico. “Abbiamo sofferto sotto l’occupazione per 800 anni”, ha ricordato, collegando l’esperienza del popolo irlandese a quella palestinese. Dopo la visione, ha raccontato, molte persone gli hanno detto: “Non sapevo che questa fosse la verità”. È qui che il cinema diventa contro-narrazione che rompe un silenzio costruito.
Palestine 36 è un film che usa la storia per capire il presente e immaginare il futuro, facendo coincidere estetica ed etica, cultura e resistenza.
E forse il senso più profondo della serata sta nella domanda che Annemarie Jacir ha posto quando il collegamento con il Gaza International Festival for Women’s Cinema si è interrotto: come si guarda un film sul 1936 mentre si vive una distruzione “qui e ora”? La risposta, anche senza parole, è stata proprio in quel riunirsi, vedere, ascoltare, parlare. Tenere viva una lingua comune. Fare del cinema una forma di resistenza culturale, dall’ultimo cielo a tutti i cieli che verranno.
Milena Fiore
Milena Fiore è responsabile dell'area tecnica della Fondazione Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico (AAMOD). E fa parte dell'Assemblea dei garanti. Opera come video editor e digital archive technician. Ha curato il montaggio di numerosi progetti a carattere storico, politico e sociale, oltre che di live performance. Si occupa anche di formazione e laboratori audiovisivi, in particolare con l'associazione CroMA. Attualmente sta lavorando al film "Shooting Revolution" di Monica Maurer.
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