Come sopravvivere al papà scoppiato (e malato). È tutto “Normale” con Benoit Poelvoorde

In sala dal 12 ottobre (per No.Mad Entertainment) “Normale” del regista francese Olivier Babinet, adattamento della pièce Monster in the Hall del drammaturgo e regista teatrale scozzese David Greig, nata da un laboratorio con ragazzi abituati al dfficile quotidiano di chi deve occuparsi di un genitore o parente in condizioni di tossicodipendenza o malattia. Qui è la quindicenne Lucie a doversi prendere cura del padre che ha i modi di un adolescente ed è affetto da sclerosi. Con Benoit Poelvoorde nei panni del genitore una favola, romantica, tenera e drammatica, surreale ma con la giusta dose di umorismo …

Ė quasi una favola, indubbiamente romantica, tenera e drammatica, surreale, umoristica e a tratti grottesca la storia che ci propone il film Normale – distribuito da No.Mad Entertainment e dal 12 ottobre sul grande schermo – firmato dal regista francese Olivier Babinet e vincitore al Giffoni Film Festival 2023 come miglior film in Generator +16.

Adattamento di una pièce teatrale del 2010, Monster in the Hall del drammaturgo e regista teatrale scozzese David Greig che mette in scena il rapporto padre-figlia ribaltandone i ruoli, Normale affronta i problemi dell’adolescenza e della vecchiaia: in un’epoca contemporanea ma imprecisa la quindicenne Lucie (la semi-esordiente Justine Lacroix, protagonista nel 2018 di C’est ça l’amour) vive in quella che sembrerebbe una cittadina alle porte di Parigi, è orfana di madre, ha un’immaginazione travolgente e si prende cura del padre William (magnificamente interpretato da Benoit Poelvoorde che ha al suo attivo fra gli altri 7 uomini a molloDio esiste e vive a Bruxelles). Ammalato di sclerosi multipla, a prima vista sembrerebbe un adolescente ritardato: accanito fumatore di canne, appassionato motociciclista, ghiotto di cibo-spazzatura, amante dell’heavy metal e dei film horror e trash, dipendente dai videogiochi le cui eroine hanno i seni a mitragliatrice.

Lucie si barcamena invece fra la scuola, un lavoretto in panetteria per contribuire al magro bilancio familiare, le faccende quotidiane e l’amorevole assistenza al padre, fino a regalargli dell’erba da fumare per la Festa del Papà; ma trova rifugio nella scrittura di un romanzo autobiografico di fantasia, che spazia tra sogno e realtà. All’annuncio della visita di un assistente sociale per affidare la ragazza a una casa famiglia, il precario equilibrio dei due verrà sconvolto: Lucie e suo padre, nell’intento di proteggere il loro mondo dalla terrificante prospettiva del cambiamento, dovranno dare prova di grande inventiva per far credere di avere una vita del tutto “normale”.

Il rapporto fra Lucie e William ripropone in parte quello vissuto da Babinet con suo padre: “i western che vedevamo insieme erano una festa: lui si calava nell’atmosfera con un whisky, parlando come John Wayne ed io mi travestivo e allestivo un saloon o un casinò a casa… Andavamo oltre il ruolo di spettatori. Mio padre è morto all’inizio della preparazione di Normale, e penso che il suo modo di comunicare con me attraverso l’immaginazione abbia permeato il film”. Prosegue il regista: “Lucie, sono io sotto molti aspetti, con i dubbi, i complessi, le fantasie e le frustrazioni amorose tipiche dell’adolescenza”.

Il pubblico francese ha conosciuto Olivier Babinet grazie alla serie Le Bidule trasmessa su Canal + nel 1999, da lui creata, sceneggiata e diretta, insieme a Isabelle Ribotta, Didier Richarth e Olivier Laneurie; il suo primo lungometraggio, Robert Mitchum è morto (2010), co-diretto con il fotografo Fred Kihn gli è valso il Gran Premio al Festival Premiers Plans d’Angers. È invece del 2016 Swagger, frutto dei laboratori sul cinema che ha animato con gli adolescenti della periferia parigina di Aulnay-sous-Bois, dove il 50% delle famiglie vive al disotto della soglia di povertà. L’iniziativa ha dato vita alla realizzazione da parte dei ragazzi di otto cortometraggi fantastici e fantascientifici.

“I giovani man mano prendevano confidenza con la creazione, armeggiavano con i sogni e con l’inventiva, immaginando la loro vita adulta e l’emancipazione dalla città” spiega Babinet. E David Creig ha scritto Monster in the Hall in seguito a un laboratorio teatrale svoltosi in una periferia scozzese, in una classe di “giovani aiutanti”, ovvero adolescenti che si occupavano di un parente che viveva in solitudine, ammalato, tossicomane o alcolista.

Creig li aveva avvisati che avrebbe utilizzato l’esperimento per scrivere un testo teatrale, e tutti hanno accettato, a due condizioni: che fosse divertente e che il pubblico non avesse da compatirli. Babinet condivide questa visione della gioventù, sia essa disagiata o meno: “non la si può comprendere che interessandosi alle sue chimere, ai mondi che elabora per evadere dal quotidiano”. E una delle eroine di Creig è così diventata l’amorevole, ostinata e fantasiosa Lucie in Normale.