Da nonna a nipote. La memoria ritrovata nel romanzo d’esordio di Rosalba Bruno

Un ictus, la perdita non solo della memoria, il desiderio al contrario di lasciare una eredità da leggere ai suoi nipoti. È questo il percorso compiuto da Rosalba Bruno grazie al quale è nato cinque.cinque.cinquantacinque, il suo primo romanzo da poco in libreria per Scatole Parlanti (collana Voci, pp. 134, euro 15).

«Quattro anni fa la mia vita si è fermata di colpo» racconta Rosalba Bruno «e ho avuto paura di perdermi tutto, di perdere pezzi di me. È stato così che ho cominciato a ricordare, e poi successivamente a scrivere, mettendo in fila gli anni e le storie. Nello stesso periodo, la nascita della mia prima nipote è diventata per me slancio e impulso ancora più forte a ripercorrere la mia infanzia, insieme al ricordo delle belle persone appartenute alla mia vita e che troppo presto mi hanno lasciata, ma senza mai farlo davvero!».

Rosalba nasce il 5 maggio 1955, una data in cui tutti quei cinque messi in fila sembrano preannunciare una vita ricca di avvenimenti straordinari. Di certo, la sua è una famiglia particolare: il padre in giro per l’Africa a scavare gallerie; la madre tormentata da tristi presagi in seguito alla scomparsa della prima figlia; la mucca Primavera, che dopo averle donato il primo latte rimarrà a vegliare su di lei; i nonni, le zie e uno stuolo di parenti di ogni ordine e grado, sempre pronti ad accorrere nel momento del bisogno.

Cinque.cinque.cinquantacinque è un mosaico composto da nascite difficoltose, malattie misteriose e anelate guarigioni, da partenze e dipartite improvvise, da un’infanzia povera e gioiosa immersa in una natura che si palesa, prefigurando eventi inaspettati. È il racconto di paesi assediati dalle angosce dell’assenza, ma pieni di storie da raccontare, di università che nascono in mezzo alle campagne e di lotte che prendono forma in una terra magica, la Calabria, capace di sorprendere e infierire.

Rosalba Bruno è nata a Cosenza nel 1955. Si è laureata in Lingue e letterature moderne e ha lavorato in banca per circa trent’anni, prima di dedicarsi al volontariato.