“Des hommes”, la guerra d’Algeria vista dai francesi. E in famiglia
Dal listino di Cannes 2020 passa alla Festa del cinema di Roma, “Des hommes” di Lucas Belvaux dall’omonimo romanzo di Laurent Mauvignier (Feltrinelli). A partire dalle ferite mai rimarginate del passato coloniale algerino, una riflessione tra passato e presente sui temi del razzismo e della xenofobia. Con Gérard Depardieu protagonista …

«Tutto questo l’hanno fatto degli uomini», si spiega così il titolo, Des hommes, del film di Lucas Belvaux passato alla Festa del Cinema di Roma con il bollino di Cannes 2020, tratto dall’omonimo romanzo di Laurent Mauvignier (edito in Italia da Feltrinelli).
Gli uomini in questione sono i membri della resistenza algerina, autori di un massacro in un accampamento francese, in cui non hanno risparmiato nemmeno una bimba e il suo fratellino neonato. A pronunciare la battuta è invece la voce fuori campo di Gérard Depardieu, che interpreta uno dei soldati che entrarono per primi nell’accampamento e trovarono lo scempio.
Più precisamente, il personaggio di Depardieu è quel soldato ai nostri giorni, invecchiato col peso della responsabilità di quel massacro, sineddoche delle atrocità che sono state il pane quotidiano della guerra d’Algeria.

Quel soldato ora è diventato un uomo sgradevole, la cui rudezza è forse il tratto meno disprezzabile, se comparato alla violenza e al razzismo che mette in mostra nell’episodio che apre il film: la festa di compleanno della sorella. La sfuriata pubblica e l’aggressione a una famiglia araba innescano la catena di ricordi, oltre che l’arresto il giorno successivo.
Inizia quindi la parte più consistente del film, la narrazione notturna a tre voci di tutto quel che è successo negli anni precedenti.
Oltre al personaggio di Depardieu, raccontano anche sua sorella (Catherine Frot) e suo cugino (Jean-Pierre Darrousin). Proprio con quest’ultimo il legame è particolarmente significativo, i due sono una sorta di alter ego, l’uno insopportabile e irascibile e l’altro calmo e inserito, tanto da essere addirittura consigliere comunale.
La rievocazione delle loro vite tutta narrata dalle tre voci fuori campo, segno di una mancata emancipazione dal romanzo, inizia a chiarire molto del passato.
Si racconta della triste morte della sorella maggiore, di parto, che rivela quanto già prima di partire per il fronte suo fratello fosse crudele. Alcuni episodi rimangono però fumosi: il rapporto con la madre, rea di aver speso un premio in denaro che spettava al figlio, e quello con la moglie.
Il film si conclude con la ferita maggiore: la rissa tra i due cugini che fa ritardare il rientro del gruppo all’accampamento, permettendo il massacro.
L’intera guerra viene narrata comunque dal punto di vista francese, senza che gli algerini vengano mai mostrati, ma pur non lesinando una, seppur minima, autocritica. È comunque il segno che è rimasto ai due, l’esperienza che ha determinato ciò che sono oggi, ciascuno vedendo nell’altro cosa sarebbe potuto diventare.
L’assunto di fondo del lavoro di Belvaux rimane spiazzante, può l’atrocità vista in guerra (e comunque restituita con pari efferatezza) giustificare la xenofobia? Porre un interrogativo di questo tipo impone una riflessione sulle ferite di un popolo, sugli errori, sulla storia. Ne avremmo bisogno anche noi italiani, che certo non abbiamo vissuto una guerra come quella algerina, ma purtroppo non ci siamo mai confrontati con il nostro passato coloniale.
Tobia Cimini
Perditempo professionista. Spende il novanta percento del suo tempo leggendo, vedendo un film o ascoltando Bruce Springsteen. Nel restante dieci, dorme.
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