“Il compagno Berlinguer ha solo preso freddo”. Gli ultimi giorni di Enrico che hanno cambiato l’Italia, in un doc

In anteprima al Biografilm (dal 7 al 17 giugno) di Bologna, l’11 giugno e poi nei cinema dal 13 giugno (per OpenDDB – Distribuzioni dal Basso) “Prima della fine. Gli ultimi giorni di Enrico Berlinguer”, bel film documentario di Samuele Rossi. Una emozionante ricostruzione (attraverso il repertorio)  di quella settimana tra agonia, morte e funerali del segretario del PCI che ha costituito una sorta di spartiacque nella memoria condivisa di questo paese. Il film ne è una testimonianza forte, persino più nei silenzi che nelle parole…

Le immagini credevamo di averle già viste mille volte. Eppure rivederle svela sempre qualcosa che non si era visto. C’è un momento terribile in cui Berlinguer tira fuori un fazzoletto bianco per detergere il sudore, lo passa sulla bocca, un momento in cui ricaccia indietro un singhiozzo o un rigurgito.

La gente nella piazza della Frutta a Padova vede poco. È lontana ed è buio ma ammutolisce e qualcuno comincia a dire a voce alta “basta!”, con la voce di chi si preoccupa e vorrebbe fermare qualcosa di cui ha intuito la gravità. Poi c’è un momento ancora più straordinario, quando Berlinguer, che si è ormai tolto gli occhiali e non guarda più i fogli in cui s’era appuntato il discorso, fa un sorriso. È il suo grazie, la sua – impossibile – rassicurazione.

Sul palco, con la sua faccia da attore francese, Tonino Tatò che di Berlinguer era amico e portavoce comincia ad applaudire e l’applauso sale nella piazza: è un saluto, un incoraggiamento. Dal palco Berlinguer si allontana velocemente e pudicamente una voce dice: “Il compagno Berlinguer sta meglio, ha solo preso freddo”. Freddo in quel giugno di quarant’anni fa non ne faceva.

Prima della fine. Gli ultimi giorni di Enrico Berlinguer è un bel documentario firmato da Samuele Rossi che arriverà nei cinema il 13 giugno e che avrà il suo esordio l’11 in prima nazionale al Biografilm. Samuele Rossi non era nato quando è morto Berlinguer e probabilmente la metà degli italiani non hanno – non possono avere – ricordi diretti di quella morte; eppure, quella settimana tra agonia, morte e funerali è una sorta di spartiacque nella memoria condivisa di questo paese. Il film ne è una testimonianza forte, persino più nei silenzi che nelle parole.

Il silenzio, fuori dall’ospedale di Padova in cui Berlinguer è ricoverato, operato e in cui si spegnerà, è incredibile, ogni ora che passa fa aumentare le persone raccolte fuori dall’edificio. Non c’è neppure un brusio, le persone se ne stanno lì, ferme tenendosi silenziosa compagnia in una attesa via via più priva di speranze.

Nel documentario ci sono immagini e facce impressionanti. Quella di Pajetta che entra, invecchiato di dieci anni in un giorno, quella di Ingrao arrivato tra i primi, quella della moglie Letizia che ci viene raccontata nella testimonianza del primario che aveva operato Enrico. “Mi chiese – racconta – di impegnarmi a non fare entrare giornalisti e fotografi: mio marito era una persona che sorrideva, vorrei che lo ricordassero così non in un letto d’ospedale”. C’è poi la faccia di Craxi che arrivò da un vertice del G7 a Padova.

Quando esce il leader socialista – che aveva detto qualche mese prima che, se avesse saputo fischiare, anche lui avrebbe fischiato Berlinguer ospite al congresso del Psi – dice poche cose, ma è come se volesse rimettere le cose a posto: “Io e Enrico ci conosciamo da trent’anni. È vero che adesso qualche volta litighiamo, ma trent’anni…”, come a dire che la contingenza politica conta poco rispetto ai tempi lunghi della vita di ciascuno.

Poi c’è Pertini, venuto una prima volta proprio mentre s’annuncia che Berlinguer sta peggiorando e tornato quando viene diffusa la notizia che è morto (il medico non ha il coraggio di pronunciare quella parola e dice ha “abbandonato la vita”). I bollettini medici, in maniera abbastanza inusuale erano stati letti ogni giorno da Tonino Tatò, senza alcun commento e senza domande, ma evidentemente Tonino non si sente di esser lui a dare quella notizia e rimane alle spalle del medico con la faccia impietrita. Il presidente cerca di vedere Berlinguer ancora vivo, ma poi se lo porta via in volo verso Roma “come un fratello, un compagno di lotta” commenta.

C’è una lunga sequenza nel film che non avevo mai visto: un corteo fatto di 24 macchine tra cui quella presidenziale, il carro funebre, le auto in cui viaggiavano anche i compagni del servizio d’ordine che avevano scortato a piedi il feretro in una Padova inondata di pioggia. Il corteo passa in città per permettere alle persone di salutare Berlinguer. Sono migliaia, per chilometri, con pochi ombrelli aperti e una montagna di facce bagnate di pioggia.

C’è gente persino sui cavalcavia dell’autostrada. Quando la vettura in cui viaggia il feretro di Berlinguer si ferma in aeroporto è coperta di fiori che sono stati gettati sull’auto, alla partenza non ce n’era neppure uno. Zanonato – che sarebbe diventato sindaco di Padova molti anni dopo – racconta che gli operai di Marghera non volevano che il feretro partisse, volevano che i funerali fossero lì dov’era morto, ma poi sono loro, con le loro tute da lavoro, a caricarsi la bara sulle spalle e portarla all’aereo.

Poi le immagini dei funerali dai colori accesi e un po’ falsati, come avviene quando si guardano le vecchie riprese televisive. Berlinguer, al di là delle immagini crude del suo ultimo comizio, in tutto il film è solo una voce che esce dalle vecchie audiocassette coi suoi discorsi. C’è l’austerità, la “scoperta” del femminismo, la rabbia di fronte alle ingiustizie sociali. E durante questi discorsi solo lo scorrere di foto in bianco e nero, bellissime che ci restituiscono una Italia di quarant’anni fa che ci appare lontanissima.

E in questi giorni neri colpisce il fatto che a migliaia hanno in mano o in tasca l’Unità con quei suoi titoli emozionanti: È MORTO, era scritto a nove colonne, ADDIO in quella edizione straordinaria (ce ne furono davvero tante) che arrivò con l’inchiostro non ancora asciutto a piazza San Giovanni. Quei giorni segnarono una rivoluzione lessicale del giornale. Quei titoli, le decine di articoli, di testimonianze davano al giornale una voce carica di emotività che funzionava perché coglieva un sentimento che apparteneva a tutti. Quei giorni cambiarono molte cose. E quarant’anni dopo forse ce ne accorgiamo meglio.