Il genocidio a Gaza attraverso gli occhi luminosi di Fatima. Il doc-denuncia di Sepideh Farsi arriva al cinema

Arriva in sala dal 27 novembre (per Wanted) “Put Your Soul on Your Hand and Walk”, film-denuncia di Sepideh Farsi sul genocidio a Gaza. Protagonista è Fatma Hassona, la giovanssima fotoreporter palestinese uccisa nella striscia, proprio all’indomani dell’invito del film a Cannes. Attraverso lo schermo “sdoppiato” del cellulare il dialogo-confronto tra due donne mediorientali che nei loro modi diversi vogliono raccontare una verità più profonda. Il film presentato con eco planetaria allo scorso festival di Cannes, passato anche dalla Festa di Roma, è già nei cinema di mezzo mondo. Da non perdere …

Ogni volta che ciascuno di noi prende in mano il suo cellulare, che scambia una videochiamata, che guarda in faccia un amico parlando, compie una azione di quelle che ci appaiono quotidiane e banali. Eppure possono non essere così. Che succede se una famosa documentarista iraniana (ma esule a Parigi) viene fermata al Cairo mentre cerca di raggiungere Gaza e non si arrende alle frontiere chiuse?

Succede che accende il suo cellulare e chiama dall’altra parte di questo muro invisibile una ragazza che a Gaza ci vive. Lei, sorridente e bella, coi capelli sempre coperti dal suo Hijab, si chiama Fatima Hassona, ha poco più di vent’anni, è una appassionata di fotografia e di poesia, parla un inglese forse “povero” (alle prime chiamate se ne vergogna) ma a suo modo pulito ed espressivo.

La regista si chiama Sepideh Farsi e dopo le prime conversazioni capisce che insieme a Fatima può riuscire a fare il suo documentario anche così, assurdamente inquadrando lo schermo di un telefonino, con tante parole e poche immagini. Quelle che Fatima le invia (foto e brevi video) sono scarne, ci sono solo persone, strade, macerie, povera gente che si affanna a sopravvivere, muri scrostati, tondini di ferro, tappeti che penzolano a coprire gli interni delle case dopo che le pareti son state buttate già dalle bombe.

Non c’è neppure l’immagine di una persona uccisa, neppure una goccia di sangue. Eppure nei lungi mesi in cui Sepideh e Fatima si sono scambiate telefonate di morti sulla striscia ce ne sono stati migliaia, forse cinquanta o sessantamila. Per i morti e le lingue di fuoco, le nuvole di fumo bastano i telegiornali e i giornalisti (quelli che sono stati uccisi a centinaia), ma questo film non è un frammento di Al Jazeera o della CNN.

È la storia di un rapporto reale, affettuoso, tra due donne, che nei loro modi diversi vogliono raccontare una verità più profonda, più essenziale. Fatima parla spesso di cibo, racconta che il suo sogno sarebbe mangiare un pollo e un pezzo di cioccolata, che il maggiore desiderio sarebbe quello di camminare tranquilla in mezzo a una strada, in mezzo alla “natura” (usa questa parola mentre vive in un mondo in cui la natura non esiste, con due milioni di persone strette in pochi chilometri quadrati fatti di polvere, macerie, in cui tutto sembra contorto, in cui i rumori più frequenti sono quelli dei caccia o degli elicotteri d’assalto Apache).

Fatima prova anche a raccontare cosa pensa del 7 ottobre. È evidente che non le piace, che non sta con Hamas. Ma è anche evidente che questa ragazza non conosce nessun altro mondo all’infuori di questo. Certo dice che vorrebbe visitare Roma ma non riesce neppure ad immaginare di vivere fuori da Gaza. “La mia famiglia sta qua, i miei amici stanno qua”.

Sepideh le parla di quando era in carcere a Teheran della sua famiglia che dopo essersi battuta contro lo Scià è caduta nelle mani di una dittatura teocratica. “Quando ero in cella ho imparato il codice morse per battere sui muri e parlare con le altre prigioniere”, le racconta.

E paragona questa “prigione” di Fatima, chiusa in un pezzo di terra da cui non può uscire alla condizione condivisa da tutti nei messi del Covid e del lockdown. Al contrario Fatima ricorda il periodo del Covid come un momento felice, in camera sua parlava al telefono con le amiche e imparava anche lei dei “codici”, che in questo caso sono informatici.

Discutono anche del velo, Fatima dice che lo porta da quando aveva 13 anni, perché era una ragazzina che dimostrava più della sua età e la madre le disse di indossarlo. Lei, dice, che è una protezione. Le concittadine di Sepideh per non portare quel velo sono state ammazzate. Fatima parla spesso del Corano. Sepideh no. Sono donne diverse ma è una bella diversità.

Passano i mesi (il documentario raccoglie un arco temporale di quasi un anno tra l’inverno del 2024 e la primavera del 2025. La situazione è sempre più difficile. Ma Fatima (che è visibilmente sciupata e affamata) non rinuncia a sorridere. E accoglie con gioia l’idea che quelle conversazioni siano diventate un film, intitolato Put Your Soul on Your Hand and Walk, e che il film è stato selezionato per il festival di Cannes. Non sa bene cosa sia ma è piena di una gioia quasi infantile.
Il giorno successivo Fatima e tutta la sua famiglia vengono uccisi in un raid israeliano.
“FINE”


Roberto Roscani

Giornalista

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