Il nazista della porta accanto. La banalità del male secondo Holland è il colpo al cuore di Venezia 77

Passato Fuori concorso, “Final Account” del britannico – appena scomparso – Luke Holland. Un agghiacciante viaggio nella memoria dell’Olocausto raccontata dal nazista della porta accanto. Dieci anni di lavoro per raccogliere le prove della banalità del male attraverso le testimonianze di quanti, impiegati, funzionari e semplici cittadini, hanno agevolato lo sterminio. Da vedere assolutamente …

Un anziano signore passeggia tra i fabbricati di una fattoria nella quale abitava durante la guerra, vicino al lager di Bergen Belsen. Racconta di come dei prigionieri scappati dal lager si nascossero nel fienile e di come lo imploravano per avere del cibo. Di lì a poco l’arrivo dei soldati che li catturarono, “il che ovviamente è stato molto triste”. Però, ulteriormente incalzato dalle domande, con un’alzata di spalle imbarazzata, ammette che sì, i prigionieri sono stati ripresi perché lui stesso ha chiamato le guardie. “Cosa ne è stato di loro dopo?” “Oh,” sbuffando tra l’annoiato e l’infastidito: “Nessuno lo sa!”.

Quale miglior esempio per giustificare le parole di Primo Levi, tratte da Se questo è un uomo, “I mostri esistono, ma sono troppo pochi per essere davvero pericolosi. Sono più pericolosi gli uomini comuni, i funzionari pronti a credere e obbedire senza discutere…” che aprono, Final Account, il documentario al quale Luke Holland ha lavorato negli ultimi dieci anni della sua vita e che ci propone una delle pagine più toccanti di Venezia 2020.

Di questi “mostri” il documentarista britannico ne intervista tanti in questo suo lavoro che, ormai malato di cancro e perfettamente consapevole del proprio destino – è morto nel giugno di quest’anno – ha voluto concludere come per assolvere a  un voto verso le vittime della Shoah, tra le quali anche membri della sua famiglia, ricordati nei titoli di coda.

Holland ha trascorso l’ultimo decennio della sua vita con i sopravvissuti della Storia. Quelli con esperienza diretta del regime nazista per aver partecipato, in un modo o nell’altro, alla quotidianità della tragedia e ciò che ci arriva dallo schermo è devastante.

I testimoni rintracciati hanno le sembianze di arzilli e gentili vecchietti, e anche questo concorre a delineare un concetto di normalità di coloro che in gioventù hanno avuto un ruolo o sono stati semplici testimoni passivi di quanto avveniva sotto i loro occhi. Erano persone qualunque, i vicini di casa, così come vicini di famiglie ebree con le quali intrattenevano anche rapporti cordiali, come racconta uno dei testimoni, già di guardia in un campo di concentramento e che un giorno scorge tra i prigionieri un conoscente che si guarda bene di avvicinare per paura di una sanzione disciplinare.

Un’altra ricorda di essersi fatta otturare e raddrizzare i denti dai dentisti detenuti a Dachau. “Erano dei simpatici prigionieri”, dice come parlando di un piacevole incontro del giorno prima.

Altri spiegano che le SS, nelle quali militavano, rappresentavano l’élite della nazione “non solo fisicamente ma anche spiritualmente”, dichiarando ancora oggi devozione a Hitler e al suo operato. Aggiungendo che, col senno di poi, gli ebrei non avrebbero dovuto essere uccisi ma semplicemente cacciati dalla patria e dai territori conquistati dal Reich. Semplicemente.

Meno irriducibili ma a loro modo partecipi, altri testimoni non mostrano alcun pentimento, accampando difese di deprimente somiglianza nella più consunta rassegna delle autoassoluzioni: allora non sapevano nulla di quello che stava realmente accadendo o – anche essendone a conoscenza – non si riconoscono alcuna responsabilità dato che erano soldati che eseguivano ordini ai quali non ci si poteva sottrarre, umili impiegati di aziende che impiegavano prigionieri forniti dai campi o membri della Gioventù hitleriana, ingenui ed entusiasti… quasi dei boy scout!

Tuttavia, pochi ma preziosi, descrivono queste bugie per quello che sono: tutti sapevano a cosa servivano i campi; da lontano si percepiva l’incessante fumare dei camini e l’odore dei corpi bruciati nei forni. La presenza dei lager, inoltre, dava impulso all’economia locale come in un lucroso indotto del quale tutti hanno beneficiato.

È quella di Hans Wierk, per lo strazio e il tormento personale che lo perseguita da allora, ad essere la testimonianza più toccante per la rinuncia all’autoassoluzione. Il suo incontro con un gruppo di studenti e il battibecco con uno di loro, esplicitamente neonazista, è raggelante.

Attraverso lo scorrere di filmati di repertorio che alternano spensierati giochi di ragazzini della Hitler Jugend, riprese della Notte dei Cristalli, inquadrature fisse dei campi di sterminio nella museificazione odierna e testimonianze di tranquilli pensionati tedeschi. Luke Holland, cura l’aspetto visuale e le documentazioni a sostegno di una minuta e quotidiana rappresentazione della “banalità del male”, di cui ancora oggi non siamo esenti.