La latitanza del boia di Auschwitz. Kirill Serebrennikov ritrova Josef Mengele
In sala dal 29 gennaio (per Europictures) “La scomparsa di Josef Mengele” nuovo atteso film del russo e dissidente Kirill Serebrennikov. Dall’omonimo e documentatissimo romanzo di Olivier Guez (tradotto in Italia da Neri Pozza) la storia della latitanza del “macellaio di Auschwitz” scappato in Brasile come tanti altri assassini nazisti, coperti da connivenze politiche internazionali. August Diehl è nei panni del medico criminale. Presentato a Cannes 2025 …

Cosa passa per la testa di un mostro, di un uomo senza qualità che sprofonda nel male assoluto fino a diventare “l’angelo della morte”, “il boia di Auschwitz”?
Cerca una risposta il regista dissidente russo Kirill Serebrennikov ne La scomparsa di Josef Mengele presentato fuori concorso a Cannes 78 e dal 29 gennaio sui nostri schermi distribuito da Europictures, adattando l’omonimo documentatissimo romanzo-inchiesta del giornalista e scrittore francese Olivier Guez, vincitore del Premio Renaudot nel 2017 e tradotto da Francesca Botto per Neri Pozza (2018).
Medico bavarese, figlio di una ricca famiglia di imprenditori, membro delle SS, Josef Mengele – brillantemente interpretato dalla giovinezza alla vecchiaia dal tedesco August Diehl, che aveva prestato il volto al terrificante maggiore della Gestapo in Bastardi senza gloria di Quentin Tarantino e all’enigmatico Woland in Il maestro e Margherita di Michael Lockshin -, mai curò nessuno, poiché fu incaricato poco più che trentenne, nel campo di concentramento di Auschwitz, di selezionare i deportati, ebrei, zingari, disabili. 
Parte di essi venivano utilizzati come cavie e sottoposti a esperimenti medici di un orrore inimmaginabile.
Ossessionato in particolare dai geni della gemellarità, in nome della purezza della razza ariana, portava avanti le sue ricerche per servire gli obiettivi del Reich.
All’arrivo dei treni indicava con il frustino il destino dei prigionieri, fischiettando arie di opere liriche.
Fuggì nel 1949 con un passaporto falso fornitogli in Alto Adige, così come molti altri nazisti in Sudamerica, la “rotta dei ratti”, prima in Argentina, poi in Paraguay e infine in Brasile.
Tale un camaleonte, Mengele sgusciò dalla pelle di Josef in Germania in quella di Gregor, poi Peter e Pedro, finendo sepolto come Wolfang dopo essere annegato in Brasile nel 1979, sempre impunito per i suoi crimini, nonostante lo inseguissero i servizi segreti israeliani e la giustizia tedesca si fosse decisa a emettere un mandato di cattura nei suoi confronti.
Su questi tre decenni di latitanza si concentrano il volume e il film. Serebrennikov, condannato a tre anni di carcere e in esilio a Berlino in seguito all’invasione dell’Ucraina ha al suo attivo fra gli altri Limonov (2024); ha ora scelto di girare in bianco e nero, fatta eccezione per un tratto di pochi minuti a colori di flashback sul periodo di Auschwitz dove il “macellaio” Mengele passeggia, a pochi passi dal laboratorio del campo, in un giardino di fiori gialli e in riva al lago, con la moglie che poi l’abbandonerà al suo destino.
Il cineasta si discosta dall’ordine strettamente cronologico di Olivier Guez: la trama si svolge intorno a brevi periodi, inframmezzati da lunghi ritorni al passato, alla piacevole vita familiare, con la moglie Irene e l’unico figlio Rolf, che negli anni ’70 raggiunse il padre nell’intento di cercare, in lunghe sequenze, di comprendere l’indicibile.
Lo incalza, invano, e finirà per scontrarsi con un vegliardo ancora ostinato nelle macabre e patologiche certezze del passato e che lo accusa di vigliaccheria e avidità e inveisce contro “l’arte degenerata americana”. Si ritiene una vittima, disprezza la giustizia e giustifica i propri crimini come “attività scientifica” oltre che “impresa redditizia” per sé e i suoi colleghi.
La latitanza di Mengele ci appare come una progressiva discesa all’inferno, una caduta sociale ed esistenziale. Nel suo triste peregrinare passa dall’agiatezza della vita nella colonia nazista di Buenos Aires, che celebrava i matrimoni sotto la croce uncinata e derideva l’Olocausto, alla solitudine di una misera bicocca in una squallida periferia di Sao Paulo. Il decadimento fisico del personaggio diventa il riflesso del suo marciume morale.
Questo individuo patetico nei suoi deliri ideologici, egocentrico, terrorizzato dalla prospettiva della cattura, non prova alcun rimorso, alcuna empatia, soltanto paranoia: emerge, agghiacciante, tutta la banalità del male. È la persistenza dell’ideologia – il ripristino di un ordine autoritario, l’illusione dell’avvento di un Quarto Reich – più che la sua disfatta che viene messa in evidenza: le reti che hanno protetto il fuggiasco, una borghesia tedesca rimasta in silenzio, le autorità sudamericane tolleranti se non complici, la famiglia che continua a finanziarlo senza mai condannare le sue azioni di “macellaio” nel laboratorio di Auschwitz.
Nella sua minuziosa indagine sul posto, con testimonianze inedite e una rigorosa ricerca delle fonti, che procede di pari passo con la narrativa, combinando elementi di fiction e documentazione storica, tra vecchi nazisti, agenti del Mossad, dittatori da operetta e attori di un mondo corrotto da fanatismo, Realpolitik e denaro, Olivier Guez ha raggiunto l’obiettivo mancato dalla comunità internazionale: inseguire Josef Mengele in tutta la sua latitanza. Ne risulta un libro inquietante, più che mai attuale, dove il male smette di apparire un’eccezione e diventa un’abitudine.
6 Aprile 2020
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