La scomparsa di Robert Reiner. L’altra Hollywood che ha fatto risplendere Stephen King
ll regista Rob Reiner, 78 anni, e sua moglie Michele Singer, 68, sono stati trovati morti nella loro villa a Los Angeles il 14 dicembre. La polizia ha aperto un’indagine con l’ipotesi di omicidio. Democratico, talento comico, Reiner alla letteratura (soprattutto di Stephen King) ha legato i suoi titoli di maggior successo: “Stand by Me – Ricordo di un’estate”, “Misery non deve morire”, “La storia infinita” e “Codice d’onore” …

Combattivo democratico da sempre, talento comico ereditato in famiglia, amante di Stephen King tanto da avergli reso omaggio con la sua casa di produzione (Castle Rock Entertainment) e due titoli da antologia come Stand by Me – Ricordo di un’estate e Misery non deve morire.
Rob Reiner è morto a 78 anni insieme alla moglie Michele Singer nella loro villa di Los Angeles. I corpi sono stati trovati con ferite da arma da taglio e la polizia ha aperto un’indagine con l’ipotesi di omicidio. Le autorità stanno ricostruendo le ultime ore della coppia e verificando l’ambito familiare, mentre il mondo del cinema americano reagisce con sgomento alla notizia.
Reiner alla letteratura ha legato una serie di film che hanno segnato in modo decisivo la sua carriera e l’immaginario popolare.
Stand by Me – Ricordo di un’estate (1986), tratto dal racconto Il corpo di Stephen King, è la storia di quattro ragazzi che partono alla ricerca del cadavere di un coetaneo e finiscono per confrontarsi con la fine dell’infanzia.
La storia fantastica (1987), dall’omonimo romanzo di William Goldman, rilegge la fiaba classica con ironia, avventura e romanticismo, diventando un cult trasversale.
Misery non deve morire (1990), dal romanzo Misery di Stephen King, è un thriller claustrofobico sul rapporto malato tra un autore e la sua fan, tutto giocato sulla tensione psicologica.
Codice d’onore (1992), tratto dall’omonima pièce teatrale di Aaron Sorkin ispirata a un reale caso di cronaca militare, mette in scena un processo che diventa denuncia del potere, dell’obbedienza e delle zone grigie dell’istituzione militare americana.
Prima di diventare uno dei registi più riconoscibili di Hollywood, Reiner aveva costruito la propria identità partendo dalla commedia. Figlio di Carl Reiner, leggenda dell’umorismo statunitense, era cresciuto tra set e sale di scrittura. Non si era limitato a raccoglierne l’eredità: l’aveva trasformata. Prima del cinema, Reiner era diventato popolarissimo in televisione con la sitcom Arcibaldo (All in the Family), dove interpreta Michael “Meathead” Stivic, un giovane fervente progressista che incarnava le istanze liberal dell’America degli anni Settanta in aperto conflitto con il conservatorismo di Archie Bunker. Dopo il successo televisivo aveva esordito dietro la macchina da presa con This Is Spinal Tap (1984), falso documentario che ha reinventato la satira musicale.
Con Harry, ti presento Sally… (1989) ha cambiato per sempre la commedia romantica hollywoodiana. Il film non solo ha consacrato Billy Crystal e Meg Ryan, ma ha imposto un nuovo modello di racconto sentimentale fondato sul dialogo, sul tempo e sull’autoironia. La scena dell’orgasmo simulato nel ristorante, chiusa dalla battuta “Prendo quello che ha preso la signorina”, è entrata nella storia del cinema.
Codice d’onore resta l’ultimo vero grande successo commerciale della sua filmografia e allo stesso tempo l’inizio di una nuova fase. Da lì in avanti, Reiner ha progressivamente spostato il proprio cinema verso temi di denuncia sociale e politica: Il presidente – Una storia d’amore (1995) tra istanze ambientaliste e potere; L’agguato affrontava il razzismo; Being Charlie mette in scena l’intreccio tra politica, famiglia e interessi personali; LBJ raccontava l’ascesa al potere di Lyndon B. Johnson dopo l’assassinio di JFK; Attacco alla verità sul dietro le quinte dell’invasione dell’Iraq nel 2003 da parte dell’amministrazione Bush. Più di recente ha prodotto God & Country, documentario contro il nazionalismo cristiano e la sua strumentalizzazione della Costituzione americana.
Reiner è stato una figura centrale anche fuori dallo schermo: democratico militante, sostenitore attivo delle campagne di Obama e Biden, critico feroce di Donald Trump (“è stato sempre ossessionato da me” ha scritto il presidente sui social), ha incarnato un’idea di artista come soggetto politico, disposto a pagare il prezzo dell’impopolarità. Non ha mai vinto un Oscar, nonostante l’impatto enorme del suo cinema, ma ha inciso profondamente sul modo in cui Hollywood ha raccontato l’amicizia, l’amore, il potere e la responsabilità individuale.
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