Quanta America (dei bulli) di oggi in quell’estate di Stephen King. “Stand by Me” torna al cinema 40 anni dopo

Torna in sala dall’8 al 10 giugno (per Nexo Studios) in versione 4K il film del 1986 “Stand by Me – Ricordo di un’estate”, trasposizione diretta dal compianto Rob Reiner (assassinato insieme alla moglie nel dicembre del 2025) del racconto “Il corpo” di Stephen King. Rivista oggi, questa storia di formazione con protagonisti quattro ragazzini dell’Oregon all’avventurosa ricerca di un cadavere, risulta (anche) una fiaba, popolata di presenze macabre e minacciose, sulla violenza della società americana. Dove, quarant’anni dopo, la nostalgia del passato domina ancora l’immaginario, mentre i bulli, ai massimi livelli del potere, hanno gettato definitivamente la maschera…

Si è già detto, ma non manca mai occasione per ribadirlo, di quanto il cinema hollywoodiano (e non solo) debba alla narrativa di Stephen King: tra i numerosi motivi abbiamo anche Stand by Me – Ricordo di un’estate, il film del 1986 (di ritorno nelle nostre sale in versione 4K l’8, 9 e 10 giugno per Nexo Studios, nell’ambito della sua rassegna Back to Cult, in partnership con MYmovies) che adatta sul grande schermo il racconto Il corpo, contenuto nella raccolta Stagioni diverse (1982, edita in Italia da Sperling & Kupfer), dove ci sono in tutto quattro storie firmate dall’autore di It e Shining, una per stagione (e da altre due sono stati tratti i lungometraggi Le ali della libertà e L’allievo).

Oggi, ironia della sorte, lo scrittore più censurato nelle scuole dell’America trumpiana risulta essere proprio King, che della sua opposizione all’attuale inquilino della Casa Bianca non fa mistero. Come non ne faceva Rob Reiner, regista di Stand by Me (dalla sceneggiatura candidata all’Oscar di Raynold Gideon e Bruce A. Evans) oltre che di un’altra amatissima trasposizione “kinghiana”, Misery non deve morire, assassinato lo scorso dicembre con la moglie Michele. Delitto per cui oggi è sotto accusa il figlio della coppia, Nick, e che ha avuto il suo corollario grottesco nel delirio del Presidente USA, il quale commentò definendo tra le altre cose il cineasta «una persona squilibrata, un vero male per il nostro Paese».

Sarà anche per questo che, rivedendo oggi, a quarant’anni di distanza, il film omonimo della celebre canzone di Ben E. King (scritta con Jerry Leiber e Mike Stoller) ascoltata nei titoli di coda, sembra tanto più di trovarci davanti a una parabola sul cuore oscuro della società a stelle e strisce. Non per nulla, la vicenda dei protagonisti Gordie (Wil Wheaton, il futuro Wesley di Star Trek: The Next Generation), Chris (River Phoenix, scomparso tragicamente nel 1993 dopo una carriera che includerà la Coppa Volpi per Belli e dannati), Teddy (Corey Feldman) e Vern (Jerry O’Connell), amici pre-adolescenti nella cittadina di Castle Rock, Oregon, è un itinerario di formazione che ha come punto di partenza, arrivo e tappe intermedie la morte e la violenza.

Il “ricordo di un’estate” del protagonista e futuro scrittore Gordie (Richard Dreyfuss da grande) parte negli anni ’80 da una notizia di omicidio (scopriremo alla fine di chi), che riporta alla mente quell’avventurosa ricerca di un cadavere (del giovane scomparso Ray Brower) compiuta dai quattro amici nel 1959. Le canzoni d’epoca, fra cui anche Everyday di Buddy Holly e Lollipop delle Chordettes, sono uno dei punti di forza del film, e la loro leggerezza contrasta con le numerose presenze minacciose che scandiscono il viaggio della banda: dal presagio di sventura delle quattro croci uscite lanciando le monete alla corsa forsennata sul ponte inseguiti dal treno, fino all’assalto delle sanguisughe nella pozza del bosco.

Ma soprattutto, trattandosi pur sempre di King, c’è da temere la crudeltà degli altri esseri umani: sono i prepotenti bulli capeggiati da Asso (Kiefer Sutherland) i veri antagonisti, e per fronteggiarli non sarà secondario, nel perenne Far West statunitense, l’apporto di una pistola. “Bulli”, a modo loro, lo sono però anche le figure che dovrebbero incarnare l’autorità, a partire dai genitori: il padre di Teddy è un reduce di guerra affetto da disturbi psichici e gli ha quasi carbonizzato un orecchio schiacciandolo contro una stufa, quello di Gordie è freddo e svalutante nei confronti del ragazzo (cui ha sempre preferito il figlio maggiore Denny, rimasto ucciso in un incidente, e interpretato da John Cusack), mentre il destino di Chris sembra segnato anzitempo dalla sua famiglia di “poco di buono” e dal relativo pregiudizio dei compaesani, specialmente gli insegnanti e dirigenti scolastici.

A sua volta il “racconto nel racconto” narrato da Gordie agli altri, con al centro l’obeso David “Sacco di Lardo” Hogan che durante una gara a chi mangia più torte si vendica delle umiliazioni subite dando il via a un’apocalittica orgia di vomito estesa all’intera comunità, sembra l’allegoria di un consesso sociale basato sull’emarginazione e vessazione di chi è considerato più fragile o diverso (“loser”, per dirla con un termine caro alla retorica USA). Gli stessi quattro amici hanno un codice di comunicazione tutto basato sugli insulti reciproci (accanendosi in particolare sulle rispettive madri), salvo riconfermarsi uniti quando c’è da fronteggiare un nemico esterno o da celebrare la condivisione di un’esperienza: «Io dico che stiamo proprio bene», afferma a un certo punto Vern nel momento rievocato a posteriori da Gordie come «perfetto».

Perché naturalmente Stand by Me è anzitutto un film sulla nostalgia (da notare che il testo di partenza, nella raccolta di King, rappresenta l’autunno: l’estate è solo “ricordata”, appunto…), cogliendo al massimo grado un altro tratto costitutivo dell’America (anche) odierna: che (soprav)vive culturalmente nel e del ricordo di sé, rimpiangendo non più tanto gli anni ’50 ma gli anni ’80 (e ormai ’90), come sta a certificare emblematicamente il successo di Stranger Things, dove non a caso tutto parte dalle scorribande di quattro ragazzini.

Quelle del film di Reiner, a differenza della serie Netflix, non hanno nulla di apertamente fantascientifico o soprannaturale, benché le sfumature di realismo magico e fiabesco siano evidenti (dalla comparsa del daino all’ingresso nel bosco). Il “male” da cui imparare a difendersi, però, è lo stesso con cui facciamo i conti ogni giorno, e che ora, negli Stati Uniti e nel mondo, ha gettato definitivamente ogni maschera: i bulli sono al potere, e neanche si preoccupano più di farne mistero.


Emanuele Bucci

Libero scrittore, autore del romanzo "I Peccatori" (2015), divulgatore di cinema, letteratura e altra creatività.

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