Nell’America totalitaria la marcia della carne da macello. È “The Long Walk” il primo Stephen King (da non perdere) al cinema

In sala dal 23 aprile (per Adler Entertainment) “The Long Walk” di Francis Lawrence (sceneggiato da JT Mollner), dal primo romanzo (iniziato negli anni ’60 e pubblicato nel ’79) di Stephen King, oggi tra i censuratissimi da Trump. In un XX secolo alternativo dove gli USA sono diventati un totalitarismo militarista, 50 giovani sono sorteggiati per il rito-gara della “Lunga marcia”, camminando ininterrottamente fino a che uno solo sopravviverà. Spunto apparentemente simile a molti altri visti nel frattempo, ma sviluppato con un’asciuttezza (ormai rara) e una forza da fare onore all’autore di partenza. Allegorizzando, con inquietante efficacia, i demoni della società statunitense, non solo trumpiana…

Le distopie sono un genere, forse “il” genere cinematografico chiave della contemporaneità (e il motivo lo si intuisce bene guardando alla sempre più tragica situazione del mondo), ma The Long Walk (nelle sale italiane con Adler Entertainment dal 23 aprile) è una distopia (anzi, tecnicamente un’ucronia) diversa da molte altre viste in questi anni. Perché, pur adattandosi in modo allarmante alle derive del nostro presente, è anche per più di un verso una storia fuori dal tempo. Come lo sono certe fiabe, solo che qui di magico non c’è nulla, anzi tutto è visceralmente, brutalmente, disperatamente materiale, corporeo, umano, anche e soprattutto quando è disumano.

Perfettamente coerente, in questo, con l’immaginario dello scrittore a cui ci si è ispirati, Stephen King. Nelle cui pagine una realistica scena di violenza domestica può fare molto più paura di un clown demoniaco, perché, si dipingano orrori soprannaturali o fantapolitici, le peggiori mostruosità sono sempre quelle che le persone concepiscono e arrecano per davvero ai danni del prossimo. Ed è qui, probabilmente, il segreto dei film che hanno saputo meglio trasporre (anche “tradendole” a fin di bene, ci insegna Stanley Kubrick) le storie del quasi ottuagenario narratore sullo schermo.

Alla base di The Long Walk c’è addirittura il primo romanzo di King (edito oggi in Italia da Sperling & Kupfer come La Lunga Marcia), iniziato nel 1966-67, quando il futuro autore di It, Shining e Il miglio verde era un teenager, ma pubblicato solo dopo l’esordio ufficiale (Carrie) e sotto lo pseudonimo di Richard Bachman, nel 1979. La costellazione di date ci dice già come l’idea, semplice e potente, alla base del libro possa adattarsi agli USA in più di un’epoca, costituendo un’allegoria delle zone d’ombra che il Paese a stelle e strisce si trascina da sempre.

Qual è quest’idea che articola tanto il romanzo quanto l’adattamento? Un gruppo di ragazzi che camminano. È, appunto, la “Lunga marcia”, rito e competizione con cui, in un XX secolo alternativo, un’ America totalitaria e militarista tiene insieme la nazione uscita da un catastrofico conflitto i cui effetti deleteri sull’economia sono tutt’altro che rientrati.

Ogni anno vengono sorteggiati cinquanta giovani (uno per Stato) che dovranno sfidare sé stessi e gli altri, avanzando ininterrottamente a piedi senza scendere sotto la velocità prestabilita: chi lo facesse, ha a disposizione tre avvertimenti (con dieci secondi di “tolleranza” ciascuno) per rimettersi al passo e recuperare l’ammonizione, prima di essere fucilato sul posto dai soldati di scorta.

La parte peggiore, però, è che toccherà a tutti, tranne uno, cadere: il percorso infatti non prevede una meta, e il vincitore, cioè l’ultimo ad arrendersi e quindi l’unico a restare vivo, potrà in compenso veder esaudito un desiderio a piacere (purché, beninteso, non alteri le direttive del governo). Nel gruppo di “selezionati” troviamo emblematicamente rappresentate le motivazioni, inclinazioni ed etnie più diverse: dal bianco protagonista Ray (del Maine, terra d’origine dello stesso King, e interpretato dal Cooper Hoffman di Licorice Pizza), figlio di un dissidente (per essere tali, un po’ come in Fahrenheit 451, è sufficiente leggere Kierkegaard o Camus), al nero Pete (David Johnson), del New Jersey, con un vissuto di miseria e abusi che non ha spento la sua empatia (se vince, vuole usare il suo desiderio per aiutare altri in difficoltà), passando per il nativo americano Collie (Joshua Odjick), l’asiatico Hank (Ben Wang) e altri ancora.

Tutti, uno dopo l’altro eccetto uno, finiranno cadaveri, magari per un tiro giocato da un rivale o un bisogno impellente che costringe a rallentare, un cedimento della psiche o un moto di ribellione, un crampo alle gambe o una ferita ai piedi consumati da centinaia di miglia. Sappiamo fin dall’inizio che andrà così, se qualcuno o qualcosa non interverrà a modificare in corsa le terribili regole del gioco al massacro. L’assunto può far venire in mente tante, persino troppe distopie (e affini) già viste, in testa Squid Game e Hunger Games: proprio da quest’ultima saga cineletteraria viene il regista di The Long Walk, Francis Lawrence (che, tra le altre cose, aveva diretto anche Will Smith nella New York desolata di Io sono leggenda, dal libro di Richard Mahteson).

Qui, però, l’effetto cliché è parzialmente evitato, complice la sceneggiatura di JT Mollner (Strange Darling), asciutta fino all’essenziale. E quasi antitetica, in questo, a un’altra recentissima distopia tratta dalle pagine di Richard Bachman alias Stephen King, The Running Man: lì il vertiginoso accumularsi e inseguirsi di elementi, dettagli, sequenze ad effetto, svolte che rimescolano le carte finivano col confondere e annegare gli spunti più ficcanti in una sarabanda da blockbuster ipertrofico.

The Long Walk, invece, ha la sua forza nel non perdere per strada lo spunto di partenza, seguito e sviscerato sino in fondo. Non ci stacchiamo mai (salvo pochi, fugaci flashback) dai ragazzi in movimento, dalle loro vicende e interazioni, dai loro corpi e anime sempre più esausti. Non ci sono scenografie barocche o labirinti ipermediali tra cui dividere l’attenzione, né trame parallele che ci permettano di rifiatare. Stiamo davvero marciando con quei giovani, carne da macello (letteralmente) del regime che avanzano su uno spazio aperto eppure soffocante come lo erano le allegoriche strutture di The Cube o dello spagnolo Il buco, trascinandosi (e cercando di conservare un barlume di coscienza e solidarietà reciproca) fra carcasse di animali e spettatori-zombie sul ciglio della strada.

Oltre e più che uno show postmoderno, la macabra traversata è dunque un sacrificio da società neoarcaica, dove il coro di protagonisti viene immolato sull’altare di una frontiera che non ha più nulla di mitico, ma scopre il suo cuore di nuda e crudele lotta per la sopravvivenza. A favore di un potere che ha il volto grottesco del “Maggiore” impersonato (brillante guizzo di casting) da Mark Hamill.

L’ex Luke Skywalker di Star Wars (ma è stato anche la voce del Joker nella serie animata di Batman, e chi vedrà il film in originale non stenterà a crederlo) passa dall’eroe-redentore antifascista dell’epopea di George Lucas al conduttore-despota in divisa della Marcia. Un Crono divoratore dei figli che motiva i concorrenti-vittime col repertorio dell’individualismo capitalista e neoliberale: «Chiunque può vincere», purché lo meriti, resistendo più degli altri destinati a soccombere, perché «il nostro problema oggi è un’epidemia di pigrizia».

Ci si potranno vedere echi delle molte chiamate al fronte delle guerre imperialiste, della retorica reaganiana e di quella, odierna e sempre più delirante, del regime trumpiano (dove infatti Stephen King è censuratissimo nelle scuole). Ma sono tutti sintomi e fasi della stessa malattia. Quella di un sistema infernale da cui neanche il vincitore della prova (anzi, tanto meno lui) può uscire.


Emanuele Bucci

Libero scrittore, autore del romanzo "I Peccatori" (2015), divulgatore di cinema, letteratura e altra creatività.

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