Com’è pop la scimmietta assassina di Stephen King. Arriva al cinema “The Monkey”

In sala dal 20 marzo (per Eagle Pictures) “The Monkey“, nuovo adattamento del maestro dell’horror Stephen King. Dirige Oz Perkins, figlio del Norman di “Psycho” e reduce dal grande successo commerciale del film precedente, “Longlegs“. Una scimmietta rulla il tamburo e qualcuno muore, ma si ride più di quanto si urli e si esce dalla sala con poco da ricodare …

L’immagine che ci porteremo via da The Monkey, nuova fatica sedicente horror di Oz Perkins dopo il molto apprezzato Longlegs, è proprio nei primi minuti. Un personaggio imbraccia un lanciafiamme, dietro di lui sull’insegna di un cinema campeggia in grande la scritta “Streaming”. È un polso della grande dose di ironia con cui è stato infarcito il film, tratto da un racconto giovanile, contenuto nella raccolta Scheletri (Sperling & Kupfer) di uno degli autori più amati dal grande (e piccolo) schermo, Stephen King. Ma allo stesso tempo, se è l’unica immagine a tornare in mente, fa capire anche quanto The Monkey, in sala dal 20 marzo, non riesca a tener fede alle aspettative.

ScheletriPer chi conosce l’inglese non risulterà sorprendente che il lanciafiamme di cui sopra venga adoperato per bruciare la bambola di una scimmietta, provvista di tamburello. In fondo The Monkey significa proprio questo, “la scimmia”. Va da sé che la bambolina in questione non è affatto un giocattolo (questa frase è una delle gag ricorrenti che sentiremo spesso nel film), ma anzi una macchina infernale, per rubare il titolo a un horror d’altri tempi (tratto anch’esso, ironia della sorte, da Stephen King). Quando rulla, qualcuno muore, quasi sempre in modi a metà tra l’assurdo e il ridicolo.

La trovano due gemelli diversi, è uno dei pochi lasciti del padre, sparito all’improvviso quando erano neonati per andare a comprare le proverbiali sigarette. Ce lo raccontano loro stessi dal fuoricampo, con una voce in off onnipresente, da sempre segno di un’emancipazione mancata dall’ispirazione letteraria. Perkins rimaneggia King cercando una chiave complicata, che mantenga il sangue ma sappia essere anche commedia pop, di quelle pensate per il pubblico adolescenziale. È una scelta che a volte premia, ad esempio con l’esilarante personaggio del prete, costretto a numerose omelie funebri, e altre volte invece banalizza, come accade spesso nella relazione tra i due fratelli.

Appassionate e appassionati del cinema di terrore leggendo il cognome del regista e sceneggiatore avranno già fatto suonare un campanello importante nella propria memoria. Oz non è il famoso mago ma è il figlio di Anthony Perkins, il leggendario Norman di Psycho, capolavoro di Alfred Hitchcock. Un anno fa aveva stupito tutti con il già citato Longlegs, un thriller-horror divenuto rapidamente un culto e, soprattutto, un successo commerciale inatteso. Il ferro a Hollywood va battuto finché è caldo, così eccoci qua, meno di un anno dopo con un nuovo titolo che spera di ripercorrere la stessa strada.

The Monkey in fin dei conti riprende molti stilemi classici del genere, al limite del cliché. Bambole più o meno assassine sono tornate a più riprese nelle stagioni dell’horror, con alterne fortune. L’elemento con cui il film cerca di proporsi come originale, al di là del tono umoristico di cui già si è detto, è forse il fattore del caso. La scimmietta ammazza ma, come i migliori dj, non accetta richieste. Sceglie lei. L’unica cosa che si può fare è girare la chiave e sperare che vada a colpire proprio chi si vorrebbe veder morto. Su questo si innesta la battaglia tra i due gemelli protagonisti, interpretati entrambi da Theo James.

Il film cerca i due registri, ma manca nella doppia chiave di lettura. L’horror non è quasi mai sangue e basta, cerca invece di fare del sangue una sorta di viatico simbolico per alludere ad altro. King in questo è sempre stato un maestro, riuscendo a personificare il male di volta in volta in qualcuno, quando non addirittura qualcosa (l’albergo di Shining, ad esempio), di diverso. Ogni volta siamo davanti a una riflessione su dove, nella realtà che conosciamo, possano verificarsi all’improvviso piaghe di dolore o di violenza.

Perkins cerca di andare verso il pop, non un errore in partenza, lo diventa quando questa ricerca diventa sciapa, inconcludente. The Monkey diverte più di quanto terrorizza, è vero, ma anche le risate sono poche e a mezza bocca, senza convinzione. Mescolare i generi è sempre una mossa rischiosa, se messa in piedi con il dovuto acume può portare a risultati straordinari. Quando però resta un tentativo timido, viene fin troppo semplice passare avanti.


Tobia Cimini

Perditempo professionista. Spende il novanta percento del suo tempo leggendo, vedendo un film o ascoltando Bruce Springsteen. Nel restante dieci, dorme.

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