L’altra guerra, quella delle immagini rubate. A Bruxelles il cinema palestinese ritrovato in rassegna

Dal 20 novembre al 19 dicembre a Bruxelles “Palestinian Archives”, rassegna dedicata a ricostruire la memoria visiva della Palestina rubata da guerre, colonialismo, espropriazioni, distruzioni di archivi e diaspora forzata. Cancellare l’identità di un popolo passa anche dalla cancellazione dei suoi archivi. Tanti i film ritrovati, dagli anni ’40 ad oggi, passando dai titoli capitali tra cui “Palestina in fiamme” e “Yom al-Ard” di Monica Maurer …

Nel cuore del programma “Palestinian Archives”, ricchissima rassegna in corso al Cinema Nova di Bruxelles (20 novembre – 19 dicembre 2025), la “memoria rubata” palestinese torna a vivere grazie all’archivio. Film girati con mezzi precari, sviluppati tra blackout e bombardamenti, duplicati clandestinamente, spediti in Europa dentro valigie diplomatiche o scatole di pellicola anonime. È la memoria visiva palestinese, continuamente minacciata e continuamente ricostruita.

E rivedere oggi questi film significa scegliere di ascoltare una memoria che continua a bruciare. Il cuore della rassegna è infatti il recupero di una memoria dispersa da guerre, colonialismo, espropriazioni, distruzioni di archivi e diaspora forzata. Il percorso attraversa le prime rappresentazioni orientaliste e coloniali dei palestinesi negli anni ’40 e ’50, la nascita del cinema rivoluzionario dell’OLP a partire dagli anni ’60, la violenta cancellazione dell’archivio della Palestine Film Unit dopo l’invasione israeliana di Beirut nel 1982, fino alle pratiche contemporanee che cercano di ricomporre materiali dispersi e alle opere degli artisti palestinesi, in esilio o sotto occupazione, che reinventano linguaggi, forme e memorie.

All’interno di questo programma, che mette in dialogo i materiali storici della Palestine Film Unit (1968–1972) con il cinema militante del decennio successivo (1981–1988), il Nova presenta, accanto a molti altri titoli, opere cardine come Exodus (1967), El Fatah (1968), Les témoignages des enfants palestiniens à l’heure de la guerre, Palestine in Flames e Yom al-Ard. È un itinerario che attraversa tre decenni di lotta, cinema e diaspora, fino a raggiungere i lavori più recenti di Mohanad Yaqubi, che mostrano come la battaglia per le immagini non si sia mai interrotta.

Palestina in fiamme (1988) e Yom al-Ard (1981) sono due opere di Monica Maurer, regista tedesca e decana del documentario militante che tra il 1977 e il 1982 visse e filmò in Libano e Palestina collaborando con l’Istituto di Cinema Palestinese dell’OLP. Il suo fondo filmico, pellicole, nastri U-matic, fotografie, documenti, oggi conservato presso l’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico, rappresenta uno dei nuclei più preziosi sopravvissuti alla distruzione degli archivi dell’OLP. È grazie a un lungo lavoro di catalogazione e restauro che queste immagini possono oggi tornare sugli schermi europei, restituite alla visione pubblica con la forza intatta della loro testimonianza.

Monica ha filmato la storia nel momento stesso in cui prendeva forma. Nei suoi lavori ogni immagine è un atto di resistenza nato in condizioni estreme: camere fatte a pezzi dalle bombe, rullini strappati alla distruzione all’ultimo secondo, montaggi realizzati di notte durante il coprifuoco, copie duplicate clandestinamente per sottrarre le pellicole alla sparizione. Nei suoi film il cinema è un corpo immerso nella storia, esposto alle sue ferite e animato dalla stessa volontà di chi lotta per esistere.

In Palestina in fiamme, girato nel 1988 nel pieno della Prima Intifada, Monica Maurer ricompone una cronistoria essenziale e incisiva della colonizzazione sionista della Palestina. Il film ricostruisce, anche grazie a preziosi materiali d’archivio, il lungo retroterra storico e politico della rivolta, una storia che affonda le sue radici negli anni Venti, quando la colonizzazione sionista iniziò a minare la secolare convivenza tra musulmani, ebrei e cristiani. Attraverso il racconto dell’espropriazione violenta della terra, della confisca delle risorse idriche, della distruzione dei campi agricoli e delle città palestinesi, della prigionia e della repressione sistematica, emerge una verità che continua a risuonare nel presente. Le voci palestinesi invocano la terra come storia, sangue, coscienza: “Questo è il suolo dei nostri antenati. Non lasciatelo, non cedetelo, nemmeno per un pugno di terra.” Palestina in fiamme è un film costruito contro l’oblio, contro ogni tentativo di cancellazione.

Yom al-Ard documenta invece le manifestazioni del “Giorno della Terra”, istituito per ricordare il 30 marzo 1976, quando furono uccisi sei contadini palestinesi che protestavano contro la confisca delle loro terre in Galilea. Il film è realizzato con materiale girato in 16mm a Sakhnin, Deir Hanna, Nazareth e Haifa nel 1981. Nel 2019 Monica è tornata su quel materiale per realizzarne un nuovo montaggio con la collaborazione del regista palestinese Mohammed Alatar (e di chi scrive). È un film attraversato da un’energia collettiva potentissima, con le manifestazioni di giovani che portano corone di fiori, le performance popolari, i canti e gli slogan, che si fondono nella memoria. E poi l’immagine magnetica di Tawfiq Ziyad, sindaco di Nazareth e poeta, la cui parola risuona ancora oggi come un incantesimo politico. I suoi versi, nelle parti in arabo del film, sono detonazioni emotive, momenti in cui la poesia diventa un’azione collettiva: “Non abbandonate la terra. Essa è la nostra storia, il nostro sangue.” Queste parole, filmate più di quarant’anni fa, parlano direttamente al presente.

Il senso profondo del programma Palestinian Archives è affermare che il cinema palestinese non è un repertorio del passato, ma un archivio vivente, capace di generare presenza, coscienza, appartenenza. Le immagini che scorrono sullo schermo — spesso sopravvissute per miracolo a bombardamenti, dispersioni, sequestri — non ci chiedono soltanto di ricordare: ci interrogano, ci chiamano in causa come spettatori. È un programma che, in sé, è già archivio: una costellazione di film, incontri, mostre e testimonianze che restituisce la complessità della memoria palestinese nelle sue fratture e nelle sue continuità.

Compongono la rassegna anche la mostra dell’artista Maisara Baroud, sfollato da Gaza nel 2023, che attraverso la sua pratica artistica tenta di mantenere in vita la propria casa e la propria famiglia perdute. Ci sono i film e la presenza di Michel Khleifi, considerato il fondatore del cinema palestinese moderno, autore di Fertile Memory (1980) e Ma’loul Celebrates its Destruction (1985), opere che hanno trasformato la terra e l’esilio in un linguaggio cinematografico poetico e politico allo stesso tempo.

Apre la rassegna A Fidai Film (2024) di Kamal Aljafari, un film costruito su materiali rari, immagini rubate e sequenze di sorveglianza israeliana; mentre opere come The Key (1978) riportano sullo schermo i simboli della Nakba e del ritorno nella diaspora. Israel Palestine on Swedish TV 1958–1989 (2024) di Göran Hugo Olsson, già presentato a Venezia, ripercorre trent’anni di storia della regione attraverso gli archivi della televisione pubblica svedese. Il film parte da un’idea chiave: “Gli archivi non ci mostrano necessariamente ciò che è realmente accaduto, ma ci dicono come gli eventi sono stati raccontati”. Proiettato due volte al Cinema Nova, questo documentario di tre ore e mezza si assume la responsabilità di offrire strumenti e prospettive per comprendere l’attuale situazione drammatica della Palestina. I programmi storici del cinema dell’OLP, provenienti dalla Cinémathèque de Toulouse, che da due anni conserva un fondo di film prodotti dalla Palestine Film Unit tra il 1968 e il 1982, riattivano la memoria del cinema rivoluzionario.

La Palestine Film Unit incarnò infatti la trasformazione dell’identità palestinese, spostando la rappresentazione del popolo palestinese dalla figura del rifugiato a quella del combattente per la libertà. Negli anni ’60 e ’70, la rivoluzione palestinese si alleò con cineasti, attori e militanti provenienti da Siria, Italia, Regno Unito, Libano, Francia, Germania, Argentina e altri paesi, intrecciando legami con istituzioni di Berlino, Mosca, Baghdad e Cuba. Nonostante quella straordinaria produzione, oggi è sopravvissuta solo una minima parte delle opere originali. È proprio questo vuoto che Off Frame aka Revolution Until Victory (2015) di Mohanad Yaqubi tenta di affrontare, un’indagine sulla lotta del popolo palestinese per costruire la propria immagine, attraverso l’esumazione di film dispersi negli archivi di tutto il mondo. Al loro fianco, film contemporanei come Control Anatomy (2024) esplorano le nuove forme di sorveglianza tecnologica nei territori occupati.

Il cuore teorico del programma si concentra in Archives contre l’effacement, un weekend dedicato alla distruzione degli archivi palestinesi e ai materiali recuperati in Libano, Siria, Giordania e persino in Giappone. Oggi diversi cineasti palestinesi scelgono di trasformare queste immagini preesistenti nella materia prima dei loro film, tra loro Kamal Aljafari, Mohanad Yaqubi e Reem Shilleh. Altri, come Mahmoud Al-Haj, intrecciano archivi personali, immagini satellitari e riprese militari, creando nuove mappe visive del presente. Altri ancora, come Theo Panagopoulos, tornano direttamente sulle tracce degli archivi coloniali per rileggerli criticamente. Insieme, queste pratiche delineano una geografia complessa della memoria palestinese, in cui cinema, archivi, arte e testimonianze si fanno strumenti di resistenza alla cancellazione.
Ogni sezione, ogni film, ogni incontro contribuisce a un’unica domanda: come resiste un popolo quando anche la sua immagine viene messa sotto assedio?

Karim Khalaf, sindaco di Ramallah, che avanza con due stampelle, i ragazzi che marciano con corone di fiori, i volti di Haifa e Jaffa prima della cancellazione, le voci che invocano la terra camminano ancora accanto a noi. E il lavoro di restauro, catalogazione e montaggio che permette a questi film di tornare sullo schermo è parte della loro continuità. Parte della resistenza. Proiettarli oggi, al Nova di Bruxelles, significa far risuonare un archivio che accusa, chiama, pretende. Un archivio che brucia. E che, nonostante tutto, continua a esistere.


Milena Fiore

Milena Fiore è responsabile dell'area tecnica della Fondazione Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico (AAMOD). E fa parte dell'Assemblea dei garanti. Opera come video editor e digital archive technician. Ha curato il montaggio di numerosi progetti a carattere storico, politico e sociale, oltre che di live performance. Si occupa anche di formazione e laboratori audiovisivi, in particolare con l'associazione CroMA. Attualmente sta lavorando al film "Shooting Revolution" di Monica Maurer.

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