L’involuzione russa. Olivier Assayas in Mostra col Bignami sull’ascesa di Putin

Tratto dal romanzo omonimo di Giuliano da Empoli, sbarca alla Mostra di Venezia “Il mago del Cremlino”, con cui Olivier Assayas tenta la corsa al Leone. Un sunto degli ultimi trent’anni di avvicendamento al potere in Russia, visti dagli occhi dello spin doctor di Putin. Ma sulla politica e sul nostro presente, il film non dice nulla di nuovo. Arriverà in sala con 01 Distribution …

Un terribile interrogativo rimane fermo alla gola, uscendo dalla Sala Grande della Mostra del Cinema di Venezia, mentre sullo schermo scorrono i titoli di coda de Il mago del Cremlino di Olivier Assayas: quanto poco si conosce la storia, oggi? Non parliamo di tempi remoti, che pure sarebbe bene tenere a mente perché questo presente sembra procedere “a passo di gambero”, per rubare le parole a Umberto Eco. Parliamo essenzialmente dell’altroieri. La risposta dev’essere pochissimo, perché solo così il film del regista francese, in gara per il Leone d’oro, troverebbe una dimensione comprensibile.

No, il mago non è Putin (un impostato Jude Law), che pure è grande protagonista della storia. Per lui, l’appellativo è molto più evocativo, lo Zar (timore riflesso: ci toccherà spiegare anche chi erano gli zar a questo punto?). Si è guadagnato il titolo, più da prestigiatore che prestigioso, il suo spin doctor, immaginario ma modellato su Vladislav Surkov, consigliere politico reale dello stesso Putin. Nella parte c’è Paul Dano, col suo solito viso da eterno ragazzo, talmente credibile che non provano nemmeno a ringiovanirlo col trucco per farlo apparire dicianovenne, quando il film lo richiede.

La spanna della trama infatti è piuttosto ampia, si parte dai tempi della perestrojka sino appunto a oggi, in cui il Mago convoca misteriosamente un professore statunitense per raccontargli di punto in bianco la sua vita e l’ascesa al potere del presidente russo. Gorbaciov viene menzionato giusto di sfuggita, considerato un mollaccione perché beve latte durante i suoi discorsi, è con la caduta dell’Urss che le cose si fanno interessanti. Il mago ha scalato Mosca su incarico dell’oligarchia russa, hanno individuato nel metodico capo dei servizi segreti l’uomo giusto per fare da primo ministro all’ormai perennemente ebbro Boris Eltsin.

Per il pubblico italiano l’analisi che viene fatta della presa del potere non suona semplicemente come fatti arcinoti, ma anche come un rifacimento quasi farsesco di epoche già vissute. Se si conosce la strategia della tensione, sentirsi raccontare che Putin ha fatto mettere delle bombe a Mosca addossandone la colpa ai ceceni così da seminare la paura, davvero non sorprende. Così come sorprende ancora meno rendersi conto che sia stata la tv un volano importante per la presa del potere. Al più, si può intuire un ulteriore elemento di vicinanza con un amico di vecchia data dello Zar.

Il mago del Cremlino è tra i titoli più letterari della Mostra. Non solo perché è tratto da un libro, scritto sì da un italiano, Giuliano da Empoli, ma pubblicato inizialmente in Francia e solo poi da noi (per i tipi di Mondadori). Né per il successo che il libro stesso ha trovato oltralpe, insignito addirittura del Premio dell’Académie française, e che certamente non è stato replicato in patria. C’è anche e soprattuto la firma di Emmanuel Carrère, amatissimo romanziere, sulla sceneggiatura, suggellata anche da un cameo non proprio memorabile e dalla presenza, anch’essa più per citazionismo che per altro, del suo Eduard Limonov, il rossobruno a cui ha dedicato un libro (e da cui è stato tratto recentemente l’omonimo film di Kirill Serebrennikov).

L’autore francese di Irma Vep sembra muovere due idee, oltre a fare il punto della situazione su cosa sia successo in Russia fino adesso. Primo, Putin è un sanguinario che ha un solo grado di comparazione: Stalin.

Dal dittatore sovietico ha imparato l’importanza della paura e quella della violenza, sa che sono le due armi con cui tenere fermo il popolo ma, ancor più importante, l’apparato istituzionale russo. Secondo, il seme dell’anomalia putiniana starebbe nel suo essere prima una spia e poi un politico, impensabile in un paese davvero democratico. Eppure, Bush padre era direttore della CIA, prima di fare il Presidente, in Olanda il premier è stato scelto proprio in quanto direttore dell’intelligence e solo pochi anni fa in Italia la direttrice del DIS sembrava la candidata in pectore per il Quirinale.

Sono piccole obiezioni che però dànno l’idea di quanto sia evanescente, a livello di analisi politica, Il mago del Cremlino. Non un peccato mortale di per sé, ma lo diventa nel momento in cui si infiocchetta tutto il film con l’idea di farne un thriller politico d’attualità, con lo stile dei grandi titoli alla Pakula. Da sottolineare, inoltre, la totale assenza dell’aggressione alla Georgia e, la semlificazione, fin quasi alla banalità,  della rivoluzione arancione in Ucraina, all’origine del conflitto che proprio oggi è al centro delle sanguinose cronache di guerra.

Capire cosa sia andato storto in Russia, nazione enorme che dall’ancien régime ad oggi ha a malapena conosciuto qualche anno di piena democrazia e libertà, è senz’altro un interrogativo che questi tempi storti ci impongono. Sarà difficile darci una risposta utile, se continuiamo a ripeterci quella storia come si ripetono le tabelline.


Tobia Cimini

Perditempo professionista. Spende il novanta percento del suo tempo leggendo, vedendo un film o ascoltando Bruce Springsteen. Nel restante dieci, dorme.


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