Mannarino, la rabbia, il cielo e la strada. Un cantautore col cuore dalla parte giusta

Mette insieme lo swing e la rumba gitana, l’elettronica e gli stornelli. Tra Fabrizio De André e Gabriella Ferri. Un po’ guascone e gitano è anche erede del teatro musica alla Gaber e innamorato della vita di strada da dove attinge per i personaggi delle sue canzoni: emarginati, reietti, migranti e ribelli. Ecco a voi Mannarino in un ritratto doc di Alba Solaro. Il cantautore romano è il presidente di giuria del nostro premio Bookciak, Azione! 2020

Artista popolare e al tempo stesso volutamente controcorrente, fuori dalle mode è Alessandro Mannarino. Romano di origini calabre, classe 1979, è figlio della borgata di San Basilio, quella che negli anni Settanta riempiva le cronache per le battaglie sulla casa, la stessa che nel ’77 ospitò il set de La banda del gobbo con Thomas Milian, protagonista di un celebre monologo sull’ipocrisia della classe agiata.

Ed è facile pensare non sia un caso che emarginati, reietti, migranti e ribelli affollino le sue canzoni; Mannarino scelse di girare il suo primo videoclip, per Tevere Grand Hotel, dall’album d’esordio Bar della rabbia (2009), tra gli zingari di Casalino 900, il più grande campo rom d’Europa.

Una decina di anni più tardi, ha chiuso il tour dell’album Apriti Cielo con un immenso concerto nella sua città, davanti a 10mila spettatori, portando sul palco 40 immigrati del Movimento Migranti e Rifugiati di Caserta sotto uno striscione che era un colpo al cuore: “Apriti mare e lasciali passare”.

Un po’ guascone e gitano pure lui, Mannarino è erede del teatro musica alla Gaber e innamorato della vita di strada; ci si è innamorati di lui per la naturalezza con cui mette insieme lo swing e la rumba gitana, l’elettronica e gli stornelli.

Nel 2018 ha vintoil prestigioso Premio De André, artista di cui ha sempre riconosciuto la profonda influenza, mentre nel 2019 si è aggiudicato il primo Premio Gabriella Ferri, nato in memoria della grande interprete della canzone popolare romana.

È tra queste coordinate che si muove il suo lavoro; un bohémien delle nuove periferie del mondo, malinconico e vitale. Che siano serenate d’amore “lacrimose” o storie di barboni conosciuti lungo il proprio cammino, canta “con ‘er fiato der core” perché le radici romane sono sempre in primo piano.

I quattro album incisi fino ad oggi non bastano a riassumerlo come artista. Con Apriti cielo (2017) ha raggiunto la definitiva consacrazione: un inno alla vita, una visione libera del mondo e della sua ferocia, che si è guadagnato il disco di platino e un tour di nuova concezione, L’Impero Crollerà, da più di 150mila spettatori.

Attendiamo il nuovo album in uscita nel 2021.