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Quel libro di Márquez che prima era un film

Al via la nuova rubrica, “C’era una volta”, dedicata agli anniversari di importanti romanzi o pellicole. Si comincia con “Le avventure di Miguel Littin, clandestino in Cile” che il grande Gabo scrisse trent’anni fa – era il 1986 – raccontando la “missione impossibile” del celebre regista cileno esiliato da Pinochet…

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C’è un regista cileno che ha appena smesso i panni di un pubblicitario uruguayano. Poi c’è Gabriel García Marquez, suo amico. Il regista è uno di quelli abituati a gesti “coraggiosi” (dice, schernendosi: “Questo non è l’atto più eroico della mia vita, bensì il più degno”).

Siamo a Madrid e l’esule cileno Miguel Littin ha appena finito di raccontare all’esule colombiano Garcia Marquez l’ultima impresa matta che ha da poco compiuto. “Gabo” Garcia Marquez, tempra da grande scrittore e da altrettanto grande giornalista, ha ascoltato con attenzione e capito subito che questa storia deve a sua volta raccontarla. Per necessità, perché la libertà è una conquista che va raggiunta in tanti modi, ed ogni modo deve essere conosciuto. Perché la conoscenza fa compagnia e sconfigge la paura; anche quella di essere soli, sotto il dominio di una cieca dittatura. Avercela fatta, dimostra che nessun poter è inscalfibile, laddove il coraggio sconfina addirittura nella beffa meglio assestata.2050763cover_800X50

Miguel Littin, regista e collaboratore di Salvador Allende, nel ruolo di importante dirigente dell’impresa statale del cinema cileno, nel 1973, dopo il putsch di Augusto Pinochet, è stato condannato all’esilio. Di più: per la sua “pericolosità”, Littin è proprio uno dei 5.000 esiliati dal governo di Santiago con la “assoluta proibizione di tornare in patria”. Nonostante ciò, dopo dodici anni di assenza, Littin sa che il suo compito è quello di raccontare – è il suo lavoro, la sua natura – e rischia: rientra in Cile sotto falso nome, nei panni di un pubblicitario uruguayano, coi connotati travisati dal trucco, con documenti falsi, una moglie falsa e con l’appoggio della resistenza cilena. La missione “impossibile” di Littin, la storia che Gabo ritiene assolutamente da raccontare, nemmeno a dirlo, è quella di realizzare un film, da clandestini, in Cile, durante la dittatura!

Tutto comincia poco tempo addietro, a San Sebastian, durante il Festival del cinema, ad una cena: Miguel Littin aveva confidato ad alcuni “addetti ai lavori” questo suo sogno, ossia di rientrare in patria di soppiatto, fare un documentario e denunciare così la condizione del Cile sotto la dittatura agli occhi del mondo. Un sogno bislacco, che però, tra i presenti, Luciano Balducci, un produttore italiano, prende sul serio fino ad offrirsi di mettere in contatto Littin con la resistenza cilena, a Parigi. Così, dopo una lunga fase preparatoria e dopo gli opportuni accordi e tutte le accortezze già dette, Littin parte dunque da Madrid e in aereo, con sette scali, arriva in Cile.

Il piano è dettagliato, ma ha tuttavia soprattutto il sapore dell’autentica follia. Littin intende dirigere ben tre troupes europee (una italiana, una francese, un’altra con credenziali olandesi), che devono essere fatte entrare in Cile legalmente. Altre sei, mobili, dei gruppi giovanili della resistenza, si aggiungeranno durante le riprese. Come non dare nell’occhio con tutto questo reticolo di giornalisti ed operatori che gireranno con curiosità ogni parte del Cile? Sarà poi davvero possibile che il volto arcinoto ai poliziotti dell’esiliato Littin non venga riconosciuto?

Il copione prevede che ognuna delle troupes europee abbia il suo piano di lavoro “autorizzato” dal governo: ad esempio l’italiana, di facciata, deve realizzare un documentario sull’emigrazione italiana in Cile, ed in particolare sul lavoro di Gioacchino Toesca, l’architetto romano del Palazzo della Moneda.

Alla voce “emergenza”, il copione prevede anche che se Littin verrà smascherato, un gruppo di giornalisti, allertato alla svelta, cercherà di mobilitare l’opinione pubblica mondiale sul suo caso.

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Ma non ve ne sarà bisogno. L’azzardo riesce, anche tra mille rischi e difficoltà, coi protagonisti impegnati nella realizzazione del documentario che, a torto o ragione, si sentono sempre il fiato della polizia sul collo. Durante il suo avventuroso viaggio Littin intervisterà così tanta gente comune, politici del governo, appartenenti alla resistenza, farà vedere i palazzi e le statue di Santiago e le bellezze di Valparaiso. Ma soprattutto farà “respirare” l’aria della dittatura, quel suo controllo onnipresente, e il contrapposto, quotidiano, impegno delle persone nel resistere, nell’aiutarsi le une con le altre, anche nella povertà e nelle difficoltà d’ogni tipo.

Littín abbandona il Cile proprio quando gli agenti della dittatura stanno per beccarlo, con l’accortezza di far uscire dal Paese, ancor prima, qualche chilometro di pellicola girata. I giorni da clandestino in patria li narrerà così nel dettaglio in un lungo film (Acta general de Chile, durata di 4 ore per la televisione, con un’edizione ridotta per le sale).

Torniamo a Madrid, quando l’avventura di Littin è già terminata. García Marquez, consapevole del suo ruolo e della responsabilità che anche la notorietà gli impone, dopo aver ascoltato il suo racconto, sottopone immediatamente Littin ad una lunga intervista, protrattasi per una settimana. Vuole dare il suo contributo; mettere anche la sua firma a disposizione della lotta dei cileni contro la dittatura.

L’intervista produce seicento pagine di resoconto, ridotte poi da Marquez a meno di 150 nella stesura de Le avventure di Miguel Littin, clandestino in Cile, con una prosa mimetica, asciutta, dove il romanziere Premio Nobel del realismo magico sudamericano cede la scena alle azioni, ai fatti. Gabo diviene, con accortezza rara e misura, “soltanto” gli occhi di Littin, quegli occhi che hanno visto un Cile sofferente ma indomito, capace di riprendersi la sua libertà, come avverrà pochi anni dopo, nel 1990, quando il regno nero di Augusto Pinochet, poi condannato per crimini contro l’umanità, comincerà la sua inevitabile fase calante, anche se frenata da mille persistenti connivenze.

 

 

 

 


Enzo Lavagnini

Regista, sceneggiatore, produttore e critico cinematografico. Suoi i documentari: "Un uomo fioriva" su Pasolini e "Film/Intervista a Paolo Volponi". Ha collaborato con Istituto Luce, Rai Cultura e Premio Libero Bizzarri. Tra i suoi libri, "Il giovane Fellini" , "La prima Roma di Pasolini". Attualmente dirige l'Archivio Pasolini di Ciampino