Monsieur Proust visto dalla cucina. Il tempo ritrovato della sua governante Céleste in un (vecchio) film

Disponibile su Netflix “Céleste” del tedesco Percy Adlon (1984) ispirato al memoir “Monsieur Proust” che la fedele governante del grande scrittore Céleste Albaret accettò di redigere, più che ottantenne, con Georges Belmont nel 1973. Con mano felice nella resa drammaturgica il regista descrive la quotidianità dei due protagonisti con tocco leggero e profondo al tempo stesso. Un quotidiano in cui lei è la custode della casa, la vestale dell’opera, la Voce al telefono – poiché Marcel si rifiuta di rispondere – il trait d’union con i principi e le duchesse…

Un appartamento borghese chiuso e buio, dove mai si vede la luce del giorno e con i mobili coperti da teli bianchi affinché non vi batta il sole: a Parigi, intorno al 1920, vivono insieme, rinchiuse, due persone: Marcel Proust (1871 – 1922), che scrive, con le ginocchia piegate e dei cuscini posti dietro la schiena, nel suo letto, nella stanza rivestita di sughero per proteggerlo dall’umidità e isolarlo dal mondo.

Esausto per via dell’asma che lo tormenta da sempre, tenta di portare a termine il suo capolavoro La recherche du temps perdu, apparso in parte postumo.

La governante tuttofare Céleste, al suo servizio dal 1913, rimane perennemente in attesa che lui suoni il campanello, sonnecchia con le mani posate sul suo lavoro di cucito, in un angolo della cucina. Ventenne, viene dalla campagna e ha da poco sposato Odelin, uno degli chauffeurs di cui si serve Proust, mentre lui, lo scrittore, ne ha una cinquantina e morirà di lì a breve. Lei vive per lui, e lui vive per la sua opera destinata a essere immortale.

Il film Céleste, realizzato nel 1984 dal tedesco Percy Adlon (München 1935) e in questi giorni riproposto da Netflix, si ispira a Monsieur Proust che nel 1973 la fedele Céleste Albaret, più che ottantenne, accettò di redigere con Georges Belmont : il ritratto che ne esce ci restituisce un Proust più vero di quanto appaia in molte biografie scritte in seguito alla sua morte, un Proust conosciuto davvero da vicino nel suo quotidiano. Adlon, regista di estrazione televisiva, con Céleste nel suo esordio cinematografico si è segnalato come uno dei più promettenti autori degli anni Ottanta, firmando fra gli altri Bagdad Café (1987).

Ha inteso restare fedele ai ricordi di Céleste, tralasciando non pochi elementi biografici cari allo scrittore e ricorrenti nella Recherche, quali i soggiorni in un hotel della cittadina normanna di Cabourg alla vigilia della Grande guerra, dove Céleste e lui dormivano ciascuno da un lato della stanza, separati da un paravento, come ai bei tempi Proust con la nonna. Sembra che proprio a Cabourg lo scrittore le chiese di chiamarlo soltanto Marcel, ma lei nel film continua a rivolgersi a lui come “Monsieur”.

Con mano felice nella resa drammaturgica e nella scelta degli interpreti (Eva Mattes, Jurgen Arndt, Norbert Wartha), Adlon descrive la quotidianità dei due protagonisti con tocco leggero e profondo al tempo stesso, calandosi in un universo nel quale “la vita scorre al contrario”, poiché il giorno per loro è la notte.

Lui chiama, lei gli porta la borsa dell’acqua calda; lui chiama ancora e lei trascrive quanto lui le detta, incollando poi una serie di foglietti nei quaderni sparsi nel letto affinché lui possa ritrovare le correzioni effettuate.

Su questi “non fatti”, Adlon ha costruito un racconto pieno di sensazioni ed emozioni, di colori – con il luccichio di una porcellana o di un argento – e suoni: l’implacabile tic tac del pendolo tiene compagnia e scandisce le ore delle interminabili giornate di Céleste in attesa.

Quando si presenta un ospite, gradito o meno, come l’editore venuto a sollecitare la consegna di un brano annunciato o a concordare la presenza dello scrittore alla cerimonia del Premio Goncourt che gli era stato nel 1919 per il secondo tomo dell’opera A’ l’ombre des jeunes filles en fleurs, Céleste lo tiene a bada e lo gestisce, con fermezza ed eleganza. Era la custode della casa, la vestale dell’opera, la Voce al telefono – poiché Marcel si rifiuta di rispondere – il trait d’union con i principi e le duchesse.

Se lui vuole uscire, lei lo aiuta a vestirsi da perfetto gentiluomo, quale era. Al rientro, le narra aneddoti relativi alla tavola dell’Hotel Ritz dove ha radunato l’alta società parigina: “Boni de Castellane ha sposato una miliardaria americana, la donna più brutta del mondo. E sono riuscito a vederla: ‘È l’unico suo difetto, ha ammesso Boni”.

Lei ride, incantata, lui se ne compiace. Non le nasconde nulla, neanche, inorridendola, della sua visita al bordello per omosessuali che darà spunto a un episodio masochistico del volume Sodoma e Gomorra, quarto della Recherche; vi tornò più volte; d’altra parte, poiché “non posso descrivere le cose se non quali effettivamente sono, e per fare questo ho bisogno di vederle” si giustificava con Céleste.  Al suo sinistro proprietario regalerà, pentendosi poi della “profanazione”, alcuni mobili dei suoi genitori.

Con Proust Céleste non ebbe mai tempo libero, né domeniche né vacanze, ma mai si lamentò. Conobbe lo scrittore meglio di chiunque altro ma, come nel film, mai lo vide svestito, né mai assistette alle sue abluzioni per le quali preparava ogni giorno decine di asciugamani.

La vita de Céleste si ferma e si fissa su quella di Proust. È un fenomeno fisico, estatico: una rivelazione, e la storia di Proust e Céleste, costituisce, così come l’intera Recherche – il “romanzo più lungo del mondo”, a quanto pare, con le sue 3724 pagine – “l’unico romanzo d’amore in cui nessuno fa l’amore”: d’altronde l’amore, per Proust, non è altro che “tortura, penitenza e supplizio”.