Mujica, il presidente guerrigliero si racconta a Kusturica. Un nuovo nuovo modo di fare politica

In sala soltanto dal 13 al 16 ottobre (con I Wonder Pictures e Unipol Biografilm Collection), “Pepe Mujica – Una vita suprema”, il doc di Emir Kusturica dedicato al presidente guerrigliero dell’Uruguay, diventato un simbolo universale di liberazione. Lo stile è un po’ agiografico ma che importa: ce n’è quanto basta per tenerti incollato alla sedia. E forse, Kusturica e Mujica ci regalano un accenno di come potrebbe essere un nuovo modo di fare politica …

Un linguaggio un po’ agiografico. Un po’ o tanto? Che importa: ce n’è quanto basta per tenerti incollato alla sedia. E poi molta filosofia ma al tempo stesso tanto pragmatismo. Così come molta naturalezza, tante tradizioni ma anche tante innovazioni.

L’elenco, pure l’elenco di antonimi, potrebbe continuare all’infinito, perché il film documentario di Emir Kusturica dedicato a Pepe Mujica, l’ex guerrigliero diventato presidente dell’Uruguay – che col suo stile ma soprattutto con le sue scelte politiche è diventato un simbolo universale di liberazione – è davvero tante, tante cose insieme.

C’è il tentativo – riuscito, stavolta riuscito – di raccontare il percorso di vita di Pepe Mujica. Cominciato in quegli anni ’70, segnati dai golpe in tutto il Sud America, voluti e foraggiati dagli Stati Uniti. C’è la scelta di imbracciare le armi per opporsi a regimi sanguinari. C’è la prigione, i lunghissimi anni passati in isolamento dietro le sbarre.

Anni che l’hanno trasformato. E non, come spesso è accaduto e come verrebbe facile immaginare, spingendolo alla resa o ad una radicalizzazione sganciata dalla realtà. L’hanno cambiato, portandogli in dono – quasi a mo’ di compensazione – una sorta di pacatezza, di capacità riflessiva che prima non aveva.

“Ti dico la verità, Kusturica – dice così l’ex presidente rivolgendosi direttamente al regista – non sarei quello che sono se non fossi rimasto congelato per un decennio e più come una statua”.

C’è il Presidente, dunque, lo straordinario Presidente, che ha rinunciato a tutti – ma proprio tutti tutti – i privilegi del suo status, stipendio compreso. Ma c’è anche l’uomo. Colto negli ultimi giorni del suo mandato. Passati, come tutti gli altri giorni, a fare la spola fra le sedi istituzionali e la sua fattoria, dove cura personalmente un vivaio, convinto com’è che i fiori possano essere una tipologia agricola capace di sottrarre alla povertà i contadini uruguagi. Ultimi giorni trascorsi come sempre a bordo della sua Maggiolina Volkswagen dell’87, anche questa presto diventata un’icona internazionale. Mujica che rivela le sue paure, le sue angosce. Le sue rinunce: “Mi pesa non aver avuto figli”.

Lui, il Presidente non aggiunge altro sull’argomento. Se ne capisce qualcosa di più, invece, ascoltando le altrettanto poche parole della sua compagna, Lucia Topolansky. Anche lei guerrigliera, anche lei in carcere, anche lei ai vertici dello stato sudamericano, oggi vice presidente dell’Uruguay. E se ne capisce di più, quando racconta di cosa abbia significato, nei decenni alla fine del secolo scorso, dedicare interamente la propria vita alla militanza rivoluzionaria. Una scelta che non lasciava spazio ad altro. Se non ad un solo rapporto affettivo.

È tutto? Assolutamente no. In quest’ora e mezza di documentario c’è – s’è detto – anche tanto Kusturica. La sua adesione all’uomo, al personaggio, al leader uruguaiano. Adesione, entusiasmo che si riflette forse anche nella frase un po’ banale del pamphlet che accompagna l’uscita del documentario nelle sale: “Mi piacerebbe avere in Serbia e nel mondo un Presidente così”.

Entusiasmo che emerge pure in quei toni un po’ agiografici a cui si accennava. Raccolti nelle immagini di un popolo festante, sempre festante, quando incontra il “suo” Presidente. Immagini vere, beninteso, immagini realistiche, come racconta chiunque sia stato a Montevideo, nelle periferie più povere di Montevideo in quegli anni. Ma incapaci di cogliere le difficoltà, le drammatiche difficoltà quotidiane che ha dovuto incontrare la stagione del governo progressista in quel paese.

Non è ancora finita. Perché, nonostante quel che si può pensare, nel film c’è anche tanta, tanta politica. Raccontata, però, in modo inconsueto. Magari inconsapevolmente ma originale. Perché la straordinaria capacità innovativa di Mujica non è rivelata dall’apertura del suo paese alla legalizzazione della marijuana.

Innovazione che pure bastarebbe per un leader formatosi nella cultura del “secolo breve”, in genere indifferente a questi temi. Ma c’è di più: la sua capacità di rinnovarsi traspare anche dal confronto con altre figure: come quella del comandante guerrigliero, ferito in uno scontro a fuoco coi militari, che l’ha accompagnato in tutti i passaggi-chiave della sua vita, rimasto – forse – ancorato a schemi interpretativi un po’ superati.

Mujica invece, davanti ad un bicchiere di mate – provando a spiegare a Kusturica come si beve – dice una frase che potrebbe benissimo essere un manifesto per il futuro: “Credevamo che il socialismo fosse a portata di mano. Ci eravamo sbagliati. Ma non sono finite le devastazioni, le ingiustizie provocate dal capitalismo. E allora dobbiamo semplicemente continuare a cercare. A ricercare. Ogni giorno. Sapendo solo che la soluzione non è nel capitalismo”. Ricercare, con un’unica bussola: gli interessi degli ultimi.

Trenta secondi di conversazione. Non di più. Con una venatura qualunquistica si potrebbe dire che quei trenta secondi valgono più di tanti convegni/riflessioni in corso da decenni. Più semplicemente però, forse, Kusturica e Mujica ci hanno regalato un accenno di come potrebbe essere un nuovo modo di fare politica. Di parlare di politica.