Omar Sy, ritorno in Africa con libro. Un lieve on the road per l’attore-divo

In sala dal 4 aprile (per Cinema), ” Il viaggio di Yao” di Philippe Godeau, nuova incursione nella commedia per Omar Sy (divo di “Quasi amici”) con questo on the road dai toni lievi e godibili come una favola, in cui va in cerca delle sue radici in un’Africa da cartolina, piena di umanità e tolleranza. Tutto grazie all’incontro con un ragazzino, suo grande fan, che conosce durante il tour di presentazione del suo libro …

 

Prendete un attore di successo. Francese, nel nostro caso. Di colore, nato in un paese dell’Africa occidentale. Prendete un bambino sveglio, carino, perfino acculturato per la sua età. Metteteli insieme e fategli fare un viaggio. Che, come in tutti i viaggi letterar-cinematografici che si rispettino, diventerà un viaggio dell’anima e del corpo.

Immergeteli in una natura amica e ammaliante, fatta di grandi orizzonti, tramonti mozzafiato, terre incontaminate abitate da gente pacifica-bella- buona-brava. Fateli impattare con due personaggi femminili strepitosi. Aggiungete una musica, di M, ovvero Matthieu Chedid, che trascina, coinvolge e si impone come protagonista alla pari delle immagini. Ecco, se riuscite a fare tutte queste operazioni, avrete fatto un film godibilissimo.

Forse non entrerà nella storia del cinema. Probabilmente un’opera troppo “buonista”, (senza morti, violenze, stupri, guerre, senza scontri fra religioni e insomma tutto l’armamentario che spesso seduce i giurati dei festival), per ricevere i sommi allori. Ma che riconcilia con un mondo che deve pure esserci, da qualche parte. E che vale sempre la pena cercare.

Ecco, a fare un film del genere, esce nelle sale il 4 aprile, distribuito da Cinema, è riuscito Philippe Godeau, che della pellicola Il viaggio di Yao è contemporaneamente regista, sceneggiatore con Agnès de Sacy e produttore assieme all’interprete, Omar Sy, il perno attorno al quale gira tutta l’opera appositamente cucitagli addosso.

È lui infatti, nella realtà attore di travolgente successo dopo Quasi amici, Famiglia all’improvviso, Mr chocolat e Samba, a dare corpo e qualcosa di più ben percepibile nei 104 minuti di proiezione, a Seiydou Tall, un attore francese di successo – ricco, in crisi familiare come si conviene per non cadere nella melassa – di origini senegalesi che torna nella terra degli antenati per presentare un libro.

Un attore che è l’idolo di Yao, un dodici/tredicenne, diligente, lettore appassionato di Jiulius Verne, (interpretato da Lionel Basse, un vispo adolescente preso “dalla strada”, scelto fra 600 candidati) che vive in un villaggio a circa 400 chilometri da Dakar. Intenzionato a incontrare a tutti i costi il suo mito, parte alla chetichella, lascia famiglia e scuola e, un po’ di autostop, un po’ di treno, giunge nella capitale. Ove avviene l’Incontro: commosso e incuriosito dal ragazzo, il grande attore decide di riaccompagnare a casa di persona il piccolo ammiratore. Inizia così Il Viaggio che, facile intuirlo, sarà un viaggio scandito da incontri e dal progressivo riconciliarsi del “nero fuori ma bianco, bianchissimo dentro” grande attore parigino con la terra e la cultura dei padri.

Tre i momenti centrali del film da segnalare. Primo: all’arrivo a Dakar, la macchinona nera della grande star rimane bloccata dal traffico all’ora della preghiera: migliaia di persone, il Senegal è un paese a maggioranza musulmana, inginocchiate per terra per proclamare pacificamente Allah akbar, quel grido purtroppo ormai associato a eventi drammatici e sanguinosi. Spiega il regista: “È una scena che mi ha ispirato mentre facevo un sopralluogo in Senegal, sono rimasto colpito da quell’istante in cui tutti pregavano insieme per strada in un clima di grande quiete. Ed ho voluto mostrare la scena con grande semplicità, così come l’avevo osservata, senza alcun commento”.

Secondo momento: l’incontro con Gloria, donna libera e lucida, fascinosa cantante nel film e nella realtà, una ammaliante Fatoumata Diawara, originaria del Mali, che il regista ha inserito, racconta, per rappresentare la modernità: “Attualmente il Senegal è un paese in piena crescita e il suo personaggio fa eco a questa realtà”. Nel film canta in inglese, condivide una notte col bell’attore, ma è perfettamente consapevole che non può immaginare un futuro insieme a quell’uomo.

E infine l’incontro più significativo, con l’anziana Tanam, interpretata dalla coreografa e ballerina Germaine Acogny, che coinvolge emotivamente l’occidentalizzato uomo famoso, in una danza-preghiera sulle rive del fiume che segna il confine con la Mauritania, patria di origine dell’altra parte della famiglia di Seydou Tall. È la riscoperta delle origini, il risveglio della appartenenza, l’accettazione di una profonda spiritualità che quasi confina col magico, con l’irrazionale. “Germaine” spiega Godeau “ha fortemente voluto che nel film la scena della preghiera fosse destinata ai suoi antenati reali. In quella sequenza, come in altre, realtà e fantasia si mescolano intimamente”.

Il finale lo lasciamo agli spettatori, naturalmente. Se non vi annoia, coi tempi che corrono, un universo tanto normale da apparire falso, se volete vedere l’Africa senza guerre e senza fame, condividere buoni sentimenti e accettare un pizzico di magia, può valere la pena perfino provare a portarci i figli. Se spengono il telefonino.