I “pentiti” delle botte. La violenza sulle donne raccontata dagli uomini, in un doc (in streaming)

In occasione della giornata mondiale contro la violenza sulle donne, Women in Film, Television & Media Italia e marechiarofilm promuovono, a partire dal 25 novembre, una settimana di free streaming di “Ma l’amore c’entra?”, documentario di Elisabetta Lodoli dedicato alla violenza sulle donne, raccontata dagli uomini che cercano il cambiamento attraverso la terapia. Un viaggio nell’affettività al maschile nutrita da modelli culturali e stereotipi di genere che quella stessa violenza generano, determinano e mettono in incubatrice fin dall’infanzia. Precede la proiezione, “Forbici”, corto di Maria Di Razza…

 

La violenza sulle donne raccontata dagli uomini. Quelli che l’hanno già manifestata in famiglia, contro le mogli, le compagne e pure sulle figlie. Quelli, però, che hanno scelto di cambiare. O almeno di provarci. I “pentiti”, insomma.

Ecco, questo racconta Ma l’amore c’entra?, nuovo doc di Elisabetta Lodoli, regista e sceneggiatrice bolognese, passato alla scorsa Festa di Roma e in programma giovedì 22 marzo (ore 19) all’Aamod (Via Ostiense 106 – Roma) con dibattito a seguire (intervengono tra gli altri Daniele Vicari).

Un viaggio durato per lei circa due anni (soprattutto a raccogliere interviste e interviste) tra gli ospiti del centro, il primo in Italia, Liberiamoci dalla Violenza, dell’Usl di Modena. Due anni ad ascoltare il percorso di quella “rabbia”, repressa, covata magari fin dall’infanzia, che poi esplode incontrollata proprio contro le persone che “si amano di più”.

Sono loro, Paolo, Luca e Giorgio, a raccontarsi. Nomi di fantasia a coprire l’identità di tre uomini comuni che quella “rabbia” lì, – come la definiscono – l’hanno vista esplodere con calci e pugni contro le loro donne. Magari proprio nel momento “bello” dei preparativi di una partenza per le vacanze, ci raccontano, o negli attimi di tensione familiare, la mattina al risveglio con la stanchezza di madre e padre sulle spalle, quando il ragazzino chiede il latte.

Raccontano di infanzie felici, perché no. Ma anche e, soprattutto, di mani alzate dal padre contro la madre. Di padri assenti per lavoro e madri in casa e vittime. Ricordi di grandi tavolate, di famiglie numerose, pure, dove il primo a mangiare era il “patriarca”, il nonno insieme ai bambini e per ultime le donne. Ricordi in cui a risuonare, costanti, sono le parole “maschio e femmina”, in continua contrapposizione. E ancora “guerra” e “potere” che, nelle loro ricostruzioni, rudimentali, sta a indicare il conflitto scatenato dall’emancipazione femminile.

Col volto e l’intero corpo in ombra, seduti su un palcoscenico, Paolo, Luca e Giorgio sono lì nel ruolo di protagonisti e imputati. Ma quello a cui assistiamo non è il loro processo. È quello collettivo ai modelli culturali e al maschilismo dominante che quella stessa violenza generano, determinano e mettono in incubatrice fin dall’infanzia. Veicolati ancor più da un immaginario in cui il cinema è tra i grandi responsabili (molto raffinato il repertorio a tal proposito).

Sul palcoscenico Paolo, Luca e Giorgio siedono tra luci traballanti e piatti rotti. I cocci delle loro vite che stanno cercando di rimettere insieme, attraverso la terapia. “Io sono cambiato. Chi non è cambiata per niente è la mia compagna”, dice alla fine uno di loro, quasi minaccioso. Perché davvero l’amore non c’entra.