Dove porta quella scala?
È l’immagine più vista, cliccata e condivisa sui social in questi giorni: il manifesto di Cannes 69 dedicato a “Il disprezzo” di Jean-Luc Godard… Ma forse non tutti sanno che dietro al celebre film con Michel Piccoli e Brigitte Bardot ci sono il romanzo di Alberto Moravia, le architteture di Adalberto Libera, Fritz Lang e…

La Casa Malaparte di Capri bruciata dal sole, nel giallo del manifesto, le linee razionaliste di Adalberto Libera: un coltello che taglia lo spazio, un promontorio in navigazione, tentativi decisi di mettere in cattività il paesaggio, ma sono appunto solo “tentativi”.
Il cinema con Godard mette inscena il cinema (come Moravia aveva agito col romanzo), nella complicata prova di un nuovo tipo di racconto, universale, dei nessi della vita. C’è un film da realizzare, un’ Odissea, col noto peregrinare di Ulisse: un kolossal che riesca a sbancare al botteghino.
Tra i personaggi uno sceneggiatore (Michel Piccoli), le sue mire di successo, la carriera, la sua bellissima moglie (Brigitte Bardot), un produttore senza scrupoli, avido e “folle”, come deve essere (Jack Palance), col suo muso tozzo ed insensibile. Ed addirittura il grande Fritz Lang (il “vecchio saggio”) che non interpreta un regista: è il regista. E queste “marionette” stereotipate girano intorno all’asse di quello che sono, in un gioco di specchi coi protagonisti dell’Odissea.
Un apologo borghese sulla ricerca esistenziale, sulla confusione, sulla ricchezza, sull’eros, e sul cinema, ovviamente; dove il cinema, arte imprevedibile, per fortuna, a volte decisamente cialtrona, nella sua artificiosità prestabilita, sa essere più degno e sincero della vita stessa. Un mondo, quello di Cinecittà e dintorni, conosciuto assai bene da Moravia dove, come altrove, tutto si può avere, al solo costo di doversi guadagnare il “disprezzo”.
Godard, ragazzo terribile, si serve del romanzo di Moravia (pubblicato da Bompiani nel 1954), ne apprezza la convenzionalità delle situazioni, lo forza, lo usa, ma non lo tradisce: quello che ha in mente, più ancora degli altri “vivaci” connazionali della sua generazione, è qualcosa che lasci intravvedere in questo modo un cinema nuovo: “Il nuovo film tradizionale di Jean-Luc Godard”, come recita l’ossimoro dei lanci pubblicitari. Un film che unisce, per il pubblico, il fascino di uno strano insieme: l’uomo, la donna, l’Italia, il cinema, la statua greca, l’Alfa Romeo, il revolver. E sprofonda in risonanze cinefile, dalle parti di Fino all’ultimo respiro.
“Il Cinema – diceva André Bazin – sostituisce al nostro sguardo un mondo che si accorda ai nostri desideri. Il disprezzo è la storia di questo mondo”, ci ricorda Godard, recitando i titoli di testa del film.
Un mondo “piegato” al film che desideriamo vedere. Alle attese che abbiamo. Forse proprio da quelle parti arriverà la lunga scalinata…
Enzo Lavagnini
Regista, sceneggiatore, produttore e critico cinematografico. Suoi i documentari: "Un uomo fioriva" su Pasolini e "Film/Intervista a Paolo Volponi". Ha collaborato con Istituto Luce, Rai Cultura e Premio Libero Bizzarri. Tra i suoi libri, "Il giovane Fellini" , "La prima Roma di Pasolini". Attualmente dirige l'Archivio Pasolini di Ciampino
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